Libri

Published on Febbraio 14th, 2017 | by Fabio D'Angelo

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Tokyo Transit

Fabrizio Patriarca, Tokyo Transit. 66thand2nd edizioni, 2016 pp. 308

Per uno che si è visto sfuggire il viaggio della vita in Giappone per una strana contingenza astrale, o più semplicemente sfiga megagalattica materializzata sotto forma di cicloni (ben due in contemporanea) e un terremoto, a molti di voi,  se non altro per il titolo, la scelta di leggere Tokyo Transit di Francesco Patriarca, pubblicato per la 66thand2nd, potrebbe sembrare una decisione alquanto audace o addirittura masochistica.

Comunque sia, va detto ad onore di cronaca che in questo caso il coraggio (diciamo così) del lettore non è stato punito con un memorabile crash test, bensì premiato con la ricompensa di un libro che definire sorprendente è dire poco. Perché Tokyo Transit è una lettura assolutamente stupefacente (e non solo per l’uso abnorme che se ne fa di cocaina), dirompente e fuori dagli schemi.

E badate bene, a rendere questo libro straordinario non è la storia che ruota intorno a due personaggi, Alberto e Thomas, legati da un’amicizia virile fin dai tempi dell’università, ma piuttosto da uno stile e un linguaggio unici e spiazzanti.

Dicevamo, la storia: il racconto ruota intorno ad Alberto, protagonista e io narrante viziato, narcisista e bordeline, che dopo la morte del padre decide di abbandonare qualunque forma di responsabilità nell’azienda di famiglia per volare, libero, per uno stage all’estero.

La destinazione, come il titolo del romanzo suggerisce, è Tokyo: una megalopoli sconosciuta e piena di contraddizioni.

“Che vuoi farci. Questa città è così. Puoi andartene in giro vestito da cazzo, coi peli, il ciondolo dei coglioni e tutto l’apparato di vene pulsanti, non gliene frega niente a nessuno. Ma prova a soffiarti il naso in pubblico, vedrai il disgusto zigzagare come uno scarafaggio”.

Pronto ad accoglierlo c’è l’amico Thomas. Qui, entrambi troveranno nella città, grazie anche ad un tour organizzato per quattro turisti americani, un perfetto grembo dentro cui far coltivare e crescere le proprie dipendenze: le perversioni sessuali per Alberto e la cocaina per Thomas.

“Quanta beota confidenza. Amico mio. Era la cocaina. ‘Le donne sono una porta e basta’ disse Alberto. Se c’era dello sprezzo, nella sua risposta, se ne stava arrotolato con cura sotto un tono discreto e neutrale. Diffidava della gentilezza indotta dalla droga: quel fobico travaso di parole, l’eccesso di fiducia di chi spalanca sul mondo un paio d’occhi temporaneamente nuovi – l’euforia pensa al resto. Non scherzare con la gentilezza, perché è l’avamposto della negazione. La cipria della reticenza. Che sarebbe della proverbiale cortesia giapponese, senza il mistero che l’accompagna? Il topos della geisha. Proprio in quel momento ne vide passare una: imbracciava un cannone laser e sparava salve fosforescenti, ma non era altro che una frode, una parodia geishiforme, un ottuagenario travestito che gridava gli slogan pubblicitari di qualche cyberbettola.”

Tokyo Transit è un libro stimolante o, per dirla alla Veltroni, ma anche a tratti fastidioso e urticante, come il gesto benefico di spolverare e riaprire un vocabolario abbandonato da decenni, in cui alla fine tutto funziona perfettamente, perché per quanto contorto sia il percorso costruito attraverso una bagaglio di parole complicate, la direzione presa da Patriarca è quella giusta per andare dritto al cuore del lettore.

Fabio D’Angelo

 

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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