Libri

Published on gennaio 30th, 2018 | by Roberta Rega

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Dimmi come va a finire

Valeria Luiselli, Dimmi come va a finire, La nuova frontiera, recensione, una banda di cefali

Valeria Luiselli, Dimmi come va a finire, La nuova frontiera 2017 pp.128.

È interessante vedere una scrittrice di grande immaginazione come Valeria Luiselli imbrigliare la propria fantasia in favore di un tema come l’immigrazione clandestina. Ed è spiazzante veder cedere, nella sua scrittura, il controllo sofisticatissimo al quale eravamo abituati per lasciare spazio, ogni tanto, a una forma di emotività che è tanto più bella quanto più si trova senza parole in canna.

Da quando sono rimasta più o meno sola, senza dèi ad assistermi, ho incominciato a credere ardentemente nel potere delle più piccole coincidenze. È così che funziona il caso, almeno per quelli di noi che dubitano dell’esistenza di disegni superiori. È stato grazie alla perdita della mia Green Card, e grazie al fatto che il mio avvocato ha abbandonato la mia causa che mi sono appassionata a un problema molto più urgente. I miei ben più futili obiettivi di “scrittrice aliena” o “messicana provvisoria” mi hanno portata al cuore di qualcosa di ben più grande e più importante.

In Dimmi come va a finire – un libro in quaranta domande si parla degli Stati Uniti e del flusso di minori non accompagnati provenienti dall’America Centrale, ma potrebbe trattarsi allo stesso modo di un paese europeo qualsiasi, intento a gestire i flussi migratori provenienti dall’altra parte del Mediterraneo. E proprio come per gli Stati Uniti descritti dalla Luiselli, anche qui emerge un immotivato sgomento nell’affrontare nient’altro che la conseguenza diretta di interventi militari e post-colonialistici perpetrati ai danni dei paesi invasori. Il disastro umanitario sarebbe arrivato; la domanda lecita era solo quando.

Nessuno avanza l’ipotesi che le cause siano profondamente radicate nella storia condivisa di questa parte del mondo, e dunque non si tratti di un problema di qualche remoto paese straniero che nessuno sa collocare sulla carta geografica, ma sia di fatto una questione transnazionale che coinvolge anche gli Stati Uniti; e non come osservatore distante o vittima passiva che ora deve occuparsi di migliaia di minori indesiderati in arrivo dal confine meridionale, quanto piuttosto, e storicamente, parte attiva nelle circostanze che hanno generato il problema.

È l’estate del 2014, e la scrittrice è in attesa, insieme alla sua famiglia, di ottenere la Green Card quando il fenomeno migratorio dei minori non accompagnati diventa emergenza nazionale. Sono ragazzi adolescenti, qualche volta bambini di pochi anni che viaggiano con i fratelli più grandi, che si allontanano dal proprio paese e attraversano due confini con mezzi di fortuna, esposti a pericoli troppo più grandi della loro età. Se arrivano vivi, negli Stati Uniti li aspetta un processo – che ho l’ardire di definire sommario – per essere inquadrati giuridicamente ed eventualmente essere espulsi o accolti. I processi sono sommari perché, oltre ad essere molto rapidi, in teoria il minore dovrebbe provvedere autonomamente a trovare un avvocato per avere la possibilità di dimostrare al giudice le gravi motivazioni che lo hanno spinto a rifugiarsi negli Stati Uniti. In questa macchina paradossale di una giustizia che vuole solo risolvere il problema nel modo più veloce e indolore possibile, Valeria Luiselli entra in punta di piedi come testimone quando si propone come mediatrice e traduttrice per il Tribunale dei minori. Le 40 domande del libro sono quelle che rivolge ai ragazzi durante il primo colloquio, e attraverso le quali si ricompongono le loro vicende personali, l’ultimo tassello di storie più grandi fatte di famiglie divise, povertà, corruzione, criminalità, incapacità della politica di proteggerli. Ma, cosa più importante, le 40 domande sono l’unico modo per rendere umano quello che ormai ci viene trasmesso solo come numero, notizia, reato, immagini lontane di persone soccorse dalla guardia costiera con giubbotti di salvataggio e coperte.

Nella scrittura di Dimmi come va a finire – un libro in quaranta domande, nelle sue incertezze rispetto alla solida prosa di altri lavori, emerge un senso di impotenza e di commozione profonda di chi si sente privilegiato ma cerca di fare la propria parte con tatto, rispetto, procedendo per tentativi. Forse il pregio maggiore di questo libro sta nei suoi difetti, nell’emotività che prende il posto della cesellatura lessicale e nei contorni che si piegano in uno slancio di empatia, perché come ha detto qualcuno “c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce”.

Roberta Rega

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"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"



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