Fumetti

Published on giugno 6th, 2018 | by Carla De Felice

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Intervista a Daniel Cuello

Daniel Cuello fa parte di quegli artisti che seguo con interesse e costanza da un po’ di anni a questa parte. Le sue vignette hanno una forte componente empatica e collettiva. Con quel suo stile ironico ma profondo al tempo stesso, ha l’abilità di tirare fuori la vignetta giusta al momento giusto: quando devi pagare le tasse e sei furiosa, quando hai una deadline incombente o hai appena consegnato un lavoro grosso, oppure quando trascorri le tue giornate scrollando senza particolare interesse la tua home dei social. Dopo il grande successo di Residenza Arcadia, il suo primo graphic novel, è uscito per Bao Guardati dal beluga magico, la prima raccolta ufficiale delle sue strip con una storia inedita. Una sorta di nuova storia di raccordo, insomma, pubblicata in vari capitoli intervallati dalle strisce che l’hanno reso famoso e che vi farà innamorare ancora di più del suo lavoro. Grazie alla disponibilità di Bao, sono riuscita a incontrare Daniel prima della sua presentazione alla Feltrinelli di Milano e a fargli qualche domanda.

Ciao Daniel e benvenuto su una banda di cefali. Nella mia recensione de Guardati dal beluga magico ho scritto che ti voglio bene anche se non ci conosciamo perché, partendo dalle tue esperienze, hai creato una tua poetica personale che però è universale al tempo stesso, con una forte componente empatica da parte del lettore: mi ci riconosco io, ma non sono l’unica. Ti aspettavi potesse succedere una cosa del genere quando hai cominciato a disegnare? E come ci si sente?

In realtà non me l’aspettavo. Quando ho cominciato a disegnare avevo pochissimi contatti con il pubblico. All’inizio lo facevo per me, era più un passatempo che un modo per comunicare. Volevo disegnare e crearmi da solo i contenuti. Ho iniziato per gioco, poi ho scoperto che avevo una risposta positiva anche dalle altre persone: “Hai ragione”, “Siamo abbastanza simili”, “Capisco quello che vuoi dire” e soprattutto capivano le mie vignette. Non è affatto scontato che tu, attraverso una strip, riesca a far capire agli altri quello che hai in mente, bisogna lavorarci tanto. Infatti alcune delle mie primissime strip non erano subito immediate o del tutto giuste.

E quindi da dove è partito tutto?

Ho iniziato su carta, disegnavo in modo classico, matita e china. Non usavo i colori perché sono sempre stato imbranato con la colorazione. Poi con l’avvento del digitale sono passato alla tavoletta grafica, che mi ha permesso di colmare questa lacuna, perché obiettivamente mi è più facile colorare in digitale. Il passaggio successivo è stato mettere ciò che facevo sul mio sito, che è ancora lo stesso di dodici anni fa, anche se è cambiata la grafica. Mi serviva una sorta di portfolio online, era la cosa più saggia da fare, anche per indirizzare potenziali clienti. Il passaggio ai social è stato lo step successivo, naturale e immediato.

Sono una cefala, creatura acquatica, quindi è una domanda d’obbligo: come mai hai scelto proprio il beluga? E da quando ti perseguita?

Il beluga è nato in una strip di due anni fa, in cui avevo bisogno di un animale gentile, innocuo, che mi permettesse di ottenere un colpo di scena. In quattro vignette doveva esserci qualcosa di inaspettato per il lettore e il beluga è un animale carino, persino in via di estinzione, per quello nessuno si aspetta quel finale. Successivamente ho capito che avevo bisogno di ampliare quella storia, perché quelle quattro vignette, nonostante fossero in apparenza semplici, contenevano ciò che stavo vivendo in quel momento di difficoltà. Ho preferito usare qualcosa che esisteva già, il beluga appunto, e trasformarlo in qualcosa di più grande.

Sei stato tu a decidere l’ordine di alternare strip ed episodio inedito? È molto bello, sembra quasi di assistere a un film intervallato da stacchi pubblicitari che però sono sempre ricollegati e tutto diventa parte di uno stesso discorso.

È stata un’idea di tutti. Quando ne ho parlato in redazione Bao, erano d’accordo di intervallare il racconto con le strip, per dare un senso di continuità. Anche se le strip potrebbero apparire scollegate tra di loro, in realtà fanno tutte parte di un unico universo che nel racconto viene ampliato.

Ne avete eliminate parecchie?
Purtroppo sì, ho dovuto scegliere solo quelle che per me erano le migliori. Nel corso di quasi 6 anni ne ho fatte un bel po’.

Di tutte le strip e vignette che hai fatto, quali sono quelle a cui sei più legato?
Potrei dirtene due, quelle a cui penso di più. Una totalmente comica, con Piero Angela, quella in cui gli chiedo perché le bottiglie di olio sono sempre unte anche fuori. Mi piace molto perché c’è Piero, chiaramente, poi una domanda comica e un risvolto inaspettato. Dal punto di vista emotivo, invece, sono molto legato a una che ho fatto pochi mesi fa, prima di Natale, in cui parlo di questo mio sentirmi a metà strada. È una cosa di cui parlo molto anche nel mio racconto breve. Come ti dicevo prima, le strip sono soltanto un sunto di quello che provo, che poi ho sviluppato per esteso nel racconto.

Nelle tue vignette, sembra tu faccia ridere, ma in realtà tu metti tanto di te, ti metti quasi a nudo. È una cosa che sicuramente ti ha aiutato, ma è stato difficile all’inizio?
È stato difficile soprattutto quando ho capito che dovevo farlo, perché non mi ero mai esposto così tanto come in questo racconto. Avevo un po’ paura, mi dicevo: perché dovrei raccontare cose così intime e private? I miei punti deboli? Poi mi sono risposto dicendomi che quando sarò morto mi interesserà molto poco se avrò detto qualcosa di troppo, preferisco dire qualcosa in più che pentirmi per aver detto qualcosa in meno. È stata una cosa a cui sono arrivato in un secondo momento, e ho deciso che non mi sarei tirato indietro.

Com’è nata l’idea di creare una raccolta?
Avevo in programma di fare una raccolta, ma dovevo sentirmi pronto perché non è un lavoro facile. Nel mio caso, ad esempio, ho ridisegnato circa 9 strip su 10, quasi tutte quindi.

E sei stato tu a proporre Residenza Arcadia a Bao Publishing?
Sì, sono stato io a proporre questo fumetto a Bao e da lì hanno deciso di continuare a collaborare con me, abbiamo in programma altri lavori futuri. Residenza Arcadia è un punto di arrivo perché volevo fare un racconto che non avesse niente a che fare con quello che si era già visto di me fino a quel momento, se non i vecchietti.

E allora svelaci questa curiosità: ma perché ti piacciono tanto i vecchietti?
Mi piace disegnare i vecchietti perché, già da ragazzino, mi piaceva disegnare personaggi grotteschi, incattiviti, un po’ burberi. Mi sono reso conto che disegnavo tante righe di espressione sui volti dei personaggi, e col tempo quelle righe sono diventate rughe, è andata a finire che mi sono specializzato in vecchietti. Ma non c’è un motivo vero e proprio, semplicemente mi diverte e riesco a snocciolare parecchi dei sentimenti che mi interessano come la nostalgia, i rimpianti, i rimorsi ecc., che chiaramente più sei anziano e più ne hai. Poi più sei anziano e più sei ancorato ai tuoi pregiudizi che sono più difficili da scardinare rispetto a una persona giovane, per quello nel mio cervello Residenza Arcadia doveva essere popolato da anziani: avevo bisogno di personaggi ben ancorati alla loro ottica del mondo.

Visto che mi hai detto dei personaggi di Residenza Arcadia, hai mai pensato a creare degli spin-off? Ce ne sono alcuni che secondo me avrebbero proprio bisogno di approfondimenti.
I personaggi principali di Residenza Arcadia sono 6, se aggiungiamo il ragazzo, Ettore. Anche se non lo racconto, nella mia testa tutti i personaggi hanno una storia propria, un background, un percorso che li ha portati ad essere ciò che vediamo nel libro. Uno in particolare, quello di cui sappiamo meno, Ester, è quella di cui io so di più, perché ho dovuto costruirla molto bene. So tutto di lei, conosco la sua storia, quando era giovane, quando è cresciuta. Non so, potrebbe essere che in futuro lo faccia. Sono personaggi a cui sono molto legato da un punto di vista affettivo, pensa che ci ho lavorato per 2 anni, per me è molto difficile pensare di lasciarli andare e che non li rivedrò mai più in situazioni inedite.

C’è speranza allora…
Sì, anche se non c’è ancora nulla di concreto, ma in fondo, perché no. 

Come nasce una tua storia? Come la trasformi in una strip? È una cosa che avviene di getto o ci rifletti?
Può capitare che ci sia un periodo in cui ho meno stress e lavoro, è allora che mi concedo il lusso di pensarci, ma il più delle volte le strip vengono fuori di getto da un’idea che ho mentre sto camminando o mentre sto facendo altro. È come se mi rendessi conto di star vivendo una strip. Non c’è una regola, tutto nasce da un’idea.

Intervista a cura di Carla De Felice

 

 

 

 

 

 

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L'unico vero realista è il visionario.



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