Un’altra cena (o di come finiscono le cose)

Un’altra cena (o di come finiscono le cose) – Simone Lisi – effequ 2018– Collana Rondini – Pagine 176.
Un’altra cena (o di come finiscono le cose) racconta di una cena qualunque tra due coppie di amici (una con un bambino piccolo). La cena è condita dal protagonista del romanzo con racconti e aneddoti che sembrano non andare da nessuna parte, il più delle volte riportando cose che forse non sono nemmeno accadute: di un canarino che sparisce, della lotta contro i multisala, di un ultimo viaggio al mare, di una luce che si intravede attraverso la finestra di un appartamento di fronte. Si parla anche di progetti, di idee, di trovate brillanti, che però si spengono ancor prima di essere espresse nella loro interezza. Gli altri, in qualche modo, stanno ad ascoltare.
«E quindi?»
«E quindi niente.»
«Ok, ma dimmi del nuovo progetto.»
«Non so.»
«Ok, ma dimmi di più.»
«Vieni al succo, basta preamboli.»
«Dài, forza, finiscilo un discorso.»
I personaggi di Lisi sembrano essere destinati al fallimento: come i ventenni di una volta che fallivano per eccesso di sogni, i trentenni di oggi sembrano limitati dall’incapacità di rendere reali le loro idee, di tradurle in progetti sensati. La cupezza di questi trentenni è velata con ironia: i personaggi sono brillanti, e sono tristi, e mascherano bene la loro tristezza nella realtà della finzione, ma nella realtà vera, quella del lettore, invece, la loro cupezza profonda si percepisce. Qualità rara, questa, di Simone Lisi, la cui scrittura è capace di farti ridere senza essere mai comica.
Da come l’ho letto io, questo romanzo è una riflessione profonda sul talento inespresso, riflessione posata tutta sulle spalle di uno dei personaggi del romanzo che ho eletto a protagonista: incapace di esprimersi a pieno, di non chiudere mai il cerchio del proprio pensiero, un trentenne brillante non riesce a fare altro che vagare in un mondo di mezzo dove la narrazione è fatta di (bellissimi) incipit di storie che non si concludono mai (come il romanzo russo che legge senza mai finire), storie che non lasciano a chi le ascolta (e al lettore) nemmeno il privilegio di “risolverle” da sé perché un nuovo inizio è già lì che pretende attenzione.
Storie dove le porte non sono mai aperte ma tutte socchiuse.
Una scrittura consapevole che sa bene dove non vuole arrivare.
Un libro amaro che commuove a colpi di ironia.
L’esatta fotografia di una generazione.
Ecc. ecc.
«Siete delusi.»
«Non delusi. Solo speravamo che tu vedessi qualcosa che noi non potevamo vedere, non so, delle cose vere.»
Posizione:
Sulla poltrona davanti la finestra dello studio di casa, sorseggiando Pastis ghiacciati. Dopo le ventidue, ma sempre prima di mezzanotte.
Raffaele Mozzillo




