Gli affetti provvisori
Se fosse necessario riassumere Gli affetti provvisori di Anna Adornato attraverso un unico ed esclusivo termine, avrei una enorme difficoltà a individuarlo. Avrei bisogno di una introspezione lunga e lungimirante che possa essere esaustiva e accogliente della complessità che sta alla base del romanzo. Gli affetti provvisori, infatti, è un’opera complessa che non ammette scorciatoie e semplificazioni, muovendosi continuamente sul doppio binario dell’essere e dell’esser-ci della protagonista che, di pagina in pagina, si chiude e si dischiude in molteplici chiavi di interpretazione. La Adornato, grazie a una scrittura volutamente sgraziata, irrazionale, scortese e frazionata, racconta in maniera esemplare le nevrosi di Sophia, la protagonista del romanzo, che evolvono con lentezza tra i dettami dell’imposto e gli affrancamenti del consolatorio affrontando la quotidianità col piglio sartriano dell’Esistenzialismo. Un approdo probabilmente inconsapevole come l’eterna emorragia della Ragione davanti alla Nausea e alla Fine. Sì, la Fine inconsolabile e ineluttabile cui Sophia si aggrappa per giustificare il suo insaziabile appetito di Immobilismo. Lei resta ferma a osservare gli affetti e la loro provvisorietà. Resta ferma a osservare una invisibile macchia di sperma e la depressione post parto della madre. Resta ferma anche per lasciarsi osservare dalle voglie del compagno che non ama ma che ha una casa di proprietà e dalle manie del padre che ne valuta tutti i cambiamenti di peso stringendole i polsi per valutarne l’ampiezza della circonferenza. Gli affetti provvisori racconta la vita secondo Sophia che muove un ciclo evolutivo senza evoluzione, in cui il modello classico del romanzo di formazione si svuota di forma e sostanza. Rispetto al topos narrativo, in Sophia non vi è mai equilibrio né come forma iniziale, né come forma di arrivo della sua esistenza. Si potrebbe parlare di topos intenzionale che, però, la Adornato procede alacremente a decostruire attraverso un continuo susseguirsi di tentativi di riscatto dal Disamore che torna, si ripropone e si incarna nell’infelicità quale unico tratto distintivo che lega la protagonista alla sua terra e a sua madre. Un legame, quest’ultimo, che evidenzia prepotentemente la paura alla base dell’emancipazione dall’autorità genitoriale che Freud analizzava già ne Il romanzo familiare dei nevrotici. Un legame che accosta, questa volta pienamente, Gli affetti provvisori alla eccezionale tradizione del romanzo di famiglia di stampo americano con riferimento soprattutto alla scrittura al femminile di Marylinne Robinson, Joyce Carol Oates e A. M. Homes. In tale contesto di riferimento, Anna Adornato si inserisce a pieno titolo tra le autrici che si sforzano di fare letteratura. Ecco, se proprio dovessi scegliere una parola unica e insostituibile con la quale descrivere Gli affetti provvisori probabilmente sceglierei: Letteratura.
Mario Visone
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