Selfie
Titolo: Selfie
Regia: Agostino Ferrente
Genere: film documentario
Durata: 78 minuti
Lingua originale: italiano
Cast: Pietro Orlando, Alessandro Antonelli
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
Anno: 2019
Mi chiamo Davide, ho 16 anni, sono cresciuto nel rione Traiano
Se un giorno vi capiterà di stare a Pianura e per puro caso, percorrendo Via Provinciale Montagna Spaccata – lo stradone che collega Quarto con Napoli – a un certo punto vi salterà agli occhi un murales, fateci caso. L’ha fatto Jorit Agoch ed è dedicato a un ragazzino di 16 anni del rione Traiano, Davide Bifolco, morto durante un posto di blocco, per mano di un proiettile partito dalla pistola di un carabiniere. La sua storia – attraverso un parallelo fatto con la vita di due suoi coetanei che abitano nello stesso rione – viene raccontata in Selfie, lo straordinario film documentario di Agostino Ferrente, regista già apprezzato per i documentari L’orchestra di Piazza Vittorio e Le cose belle.

“Mi chiamo Davide, ho 16 anni, sono cresciuto nel rione Traiano. Per l’italiano medio sono un criminale, un poco di buono. O comunque è colpa mia“
Dicevamo del murales di Jorit: perché visto in velocità, con la macchina che scorre e voi col naso appiccicato al finestrino, vi darà quasi l’impressione di stare a osservare una foto di sfuggita, che tipo state scrollando distratti la timeline del vostro profilo Instragram. Insomma, andate veloci col pollice e poi magari vi scappa un like casuale a uno di quei selfie fatti tra amici: tipo quello di Davide, che è il ragazzino al centro della foto – nell’iride potete leggere il suo nome e altri particolari legati alla sua storia – gli altri occhi sono di ragazzi del rione, coetanei, forse amici. Forse gli stessi che erano insieme a lui sul motorino la sera che è morto. Chissà.
Certo, è una pura suggestione, ma qualcuno di noi, dopo aver visto Selfie, potrebbe riconoscere in alcuni dei volti disegnati da Jorit lo sguardo dei due protagonisti, Alessandro e Pietro.
Il rione
Quella periferia tagliata in lotti tutti uguali, assorbiti dal sole troppo caldo, tra cave abbandonate, rotti argini, tuguri, fabbrichette… Pasolini, Pier Paolo (1922-1975)
La religione del mio tempo: La ricchezza, 2, Ricordi di miseria, vv. 45-48
Nel film di Ferrente una delle cose che più colpisce è questo resoconto scrupoloso, quasi cronachistico, della vita nel rione. Che viste da lontano, le periferie sembrano tutte uguali: palazzoni dai colori spenti, case dormitorio che sembrano tanti alveari. Poi, se ti avvicini per guardarli con attenzione, scopri, per dirla alla Paolo Nori, che ci sono periferie che sono più periferie di altre: e badate bene, non mi riferisco alla creatività degli architetti che a questi posti hanno spesso cercato di dare forme strane, illusi dal fatto che il bello educa al bello. Che è vero spesso, ma loro ovviamente ignoravano le eccezioni. Il fatto è che ci sono posti che ti trasmetto da subito un senso di un vuoto che diventa claustrofobico. Il rione Traiano, ad esempio, non ha palazzi di forma strana e neanche gli occhi scuri di PPP disegnati su una facciata di un palazzo a darvi il benvenuto. Ci puoi entrare percorrendo uno stradone – viale Traiano – o un serpentone che parte da giù Fuorigrotta e sale fino alla parte alta del rione – ‘o tertulliano. I ragazzini percorrono queste strade su e giù con i motorini, centinaia di volte. Lo fanno probabilmente per noia. Quella che viene spezzata solo in casi eccezionali, tipo per uno sparo nella notte, come il titolo suggestivo del libro inchiesta di Riccardo Rosa che ricostruisce gli eventi che hanno portato alla morte del povero Davide Bifolco. Per la cronaca, il carabiniere dichiarò di aver sparato per sbaglio, inciampando. Per questo è stato condannato a 4 anni per omicidio colposo. Un incidente. Cose che possono capitare per sbaglio se hai sotto tiro una persona, con il dito sul grilletto, il colpo in canna e la sicura tolta. Scivoli ed è un attimo. Bang!
Pensa che ora ci siamo. Domani chissà
Come Davide, anche Alessandro e Pietro, i due fantastici protagonisti di Selfie, hanno percorso migliaia di volte quello stradone. Anche loro potevano essere confusi per un latitante, inseguiti, speronati e poi uccisi per errore. Ne sono coscienti. Dietro questa consapevolezza nascondono un tremendo fatalismo – la facilità con cui può capitare alla gente del rione di trovarsi in un posto nel momento sbagliato – a cui tu spettatore fai fatica ad abituarti e che ti riporta alla mente la vicenda di un altro ragazzino di diciassette anni, Genny Cesarano, che giusto un anno dopo Davide Bifolco rimase ucciso alla Sanità per via di un proiettile vagante sparato durante una stesa. Poche ore prima di morire, sul suo facebook, Genny scriveva così: “Non pensare ai troppi problemi, bruciano il cervello. Pensa che ora ci siamo. Domani chissà”.
Selfie
Ma quello di Agostino Ferrente non è un film documentario a tesi. Il regista, consegnando lo smartphone ai due protagonisti, rompe la loro routine quotidiana. In cambio ottiene, attraverso un selfie lungo un’estate, una rappresentazione della realtà molto vicina al vero. Il risultato è un film potentissimo, che parte dalla vicenda di Davide, e in (una sorta di) parallelo ricostruisce la vita di due ragazzini che abitano nello stesso rione e che sono costantemente condannati a decidere tra onestà o delinquenza, tra accettazione o ribellione, tra sogno o rassegnazione. Una condanna a scegliere resa evidente attraverso gli elementi di contrasto: ad esempio, quello fortissimo che si crea tra la vita da barista con sveglia alle sei del mattino di Alessandro e quella di “quelli là” – l’espressione è stata utilizzata dal ragazzo per indicare un gruppo di coetanei che invece già girano armati di pistole, quando ammonisce l’amico per averli coinvolti in una scena del film – che invece strizzano l’occhio al sistema. O attraverso la contrapposizione tra la rassegnazione di vivere in un mondo in cui l’ascensore sociale è quasi sempre rotto – domandarsi cose del tipo “avremo mai una casa a Posillipo?”, mentre Pietro soffre e arranca sulle scale della Gaiola, dà già una risposta – e il concetto d’infinito Leopardiano, che per chi vive confinato all’interno di fortini immaginari con recinti altissimi, finisce con l’essere declinato alla maniera di Alessandro, che sogna di sbirciare un giorno la vita che accade oltre quei muri.
Fabio D’Angelo
Summary:



