Atacama!
Atacama è uno dei deserti più aridi al mondo, dicono 50 volte più arido della Death Valley, eppure, anche in uno dei posti più inospitali della Terra, può succedere di trovarsi nel mezzo di un raro fenomeno di fioritura. È quello che è successo ad Alessio Arena, e tutta la meraviglia della vita che sboccia nei posti più improbabili ce la restituisce nel suo ultimo album, Atacama!, un piccolo compendio del suo stare nel mondo, un racconto che diventa universale quando siamo di fronte all’artista autentico. Cantautore, scrittore, traduttore, narratore di aneddoti ai suoi concerti: la voce straordinaria di Alessio trova tanti modi per fiorire, appunto. Atacama! è frutto di anni di fughe e ritorni, di geografie interiori e viaggi da un continente all’atro, tra Europa e Americhe; un album dove i ritmi indiavolati del Cile si mischiano con la tradizione napoletana, dove trovano spazio la più classica delle ballad e la frenesia della diablada, dove l’Andalusia riecheggia nella memoria del poeta Lorca e Barcellona è la terra del presente. Sarebbe riduttivo parlare di world music: pur raccogliendo ritmi e suoni da questo e dall’altro mondo, Alessio Arena è un cantautore puro, che oltrepassa i confini linguistici, geografici e del sentire perché è in grado di trovare la sua voce in ogni circostanza – che dialoghi con Gilda Mignonette o con Violeta Parra, poco importa.
Gli abbiamo chiesto, in 10 comode domande, di raccontarci il cuore palpitante di Atacama!
Ciao Alessio, bentornato su Una banda di cefali. Il tuo precedente album, La secreta danza, è del 2016, e da qualche settimana è uscito Atacama!, il tuo ultimo lavoro discografico: cosa è successo in questi 3 anni?
In questi anni ho viaggiato parecchio. Ho pubblicato un romanzo e ho vissuto un periodo di quattro mesi in Cile, nel deserto del Grande Nord. Lì ho cominciato a scrivere le canzoni di questo nuovo disco. E lì ho incontrato Manuel García, un artista che da molti è considerato il nuovo Victor Jara e che duetta con me nel brano che dà nome al disco.
Alejandro Jodorowsky, nella sua autobiografia La danza della realtà, a un certo punto dice che l’arte deve essere terapeutica – in un’accezione spirituale, umanistica; cosa ha “curato” in te Atacama!?
Il bisogno di sentirmi a casa. Quando sono arrivato nel deserto, l’ho trovato fiorito. Una cosa che succede per pochissimi giorni all’anno. Ricordo che a quell’epoca avevo scoperto uno straordinario scrittore operaio che in quel deserto ci è nato: Hernán Rivera Letelier. In un suo romanzo avevo letto che uno non sa mai qual è il posto dove può fiorire veramente. Ho preso quest’idea come radice del disco.
Atacama! è stato registrato tra Napoli, Santiago del Cile, Barcellona e Malaga, e ascoltandolo si respira un’aria molto diversa dai tuoi precedenti lavori, ci sono dentro le esperienze e la sensibilità di tutti i musicisti che vi hanno partecipato. Gli arrangiamenti sono molto curati, c’è una maggiore consapevolezza nella costruzione armonica dei pezzi e nulla è stato lasciato al caso. È il frutto di una crescita naturale o di una tua precisa scelta artistica?
Che niente sia stato lasciato al caso è, ovviamente, una scelta! Desideravo che questo disco fosse il più sincero possibile e che anche su un piano tecnico suonasse multiforme, che non avesse un unico produttore a dialogare con me, che le registrazioni non si completassero in un solo studio. Questo perché Atacama! è un viaggio attraverso tradizioni musicali di latitudini diverse. Un viaggio verso casa, certo, verso Napoli. Ma con i bagagli pieni delle musiche e delle storie che ho raccolto in questi anni.
Los niños que vuelan è uno dei brani più belli di Atacama!, intriso di un sentimento universale che confluisce, a un certo punto, in una “novena” in napoletano. È un pezzo politico, perché attraverso i bambini, che ne sono i protagonisti, veicoli una tua visione del presente. Ci racconti com’è nata questa canzone?
Credo non si parli mai abbastanza dei bambini. Di quelli che nascono e vivono in contesti di assoluta mancanza di giustizia sociale e non hanno garantiti il diritto alla salute e all’istruzione. E non si parla di quei bambini che devono intraprendere, spesso in contesti del tutto ostili, un difficile percorso verso la propria identità, verso un corpo che possano riconoscere come adeguato. Gli artisti hanno una grande responsabilità, in questo senso, che è quella di dare voce a chi non ce l’ha.
Un altro tema evidente di questo album è l’internazionalismo, l’assenza naturale di barriere e confini, che sono solo uno strumento politico per dividere le persone: secondo te ognuno ha diritto di “fiorire” dove vuole. Credo sia un’idea forte e necessaria da concepire e difendere in questo momento storico.
Assolutamente sì. La storia dell’umanità è fatta di infinite migrazioni. L’idea di piccoli paesi sovrani, protetti da frontiere armate e invalicabili, mi sembra piuttosto ridicola. Ma è più di questo: è drammatica. In America Latina ho raccolto molte storie di intere famiglie che muoiono di fame e di sete, nel tentativo di attraversare il deserto di Sonora. Una situazione simile al dramma che si vive nel Mediterraneo.
Trovo molto bello che, pur richiamando mondi lontanissimi (il deserto di Atacama, in primis), tu cominci questo viaggio con un passo indietro, con le storie che sentivi da piccolo: “Racconta mia nonna che siamo nati dalla parte sbagliata del mondo”. Com’è stato registrare parte dell’album a Napoli?
Da Napoli è relativamente facile andarsene. Ma è complicatissimo ritornarci. Uno, però, può ritrovare storie che lo facciano viaggiare verso la propria infanzia in posti anche molto lontani da quello dove si è nati. Nel deserto di Atacama ho scoperto, tra le altre cose, una pagina dimenticata della già generosa letteratura dell’emigrazione italiana. Si emigrava verso il Cile, e verso le città-raffinerie del grande deserto, quando dalle viscere di Atacama si estraeva il fertilizzante naturale più potente al mondo: il salnitro. La cosa bella è che, mentre avevo iniziato a incidere a Barcellona, ho ricevuto un’offerta da una discografica napoletana. E il caso ha voluto che l’ultimo studio per Atacama! fosse il Sanità Studio, nella Basilica di San Severo del mio quartiere d’origine.
La mia canzone preferita dell’album è Una luz: l’arrangiamento è sognante, sembra un viaggio sulla luna; nel testo ho letto una visione sana della sconfitta e della separazione (“lasciare andare è una legge della vita”), eventi che fanno parte di questa vita sebbene vengano considerati sempre più inaccettabili o fuori moda. Qual è il sentimento o l’idea che ti preme di più esprimere di Atacama!?
Questo è un disco dedicato a quelli nati dalla parte sbagliata del mondo, come citavi tu. Con l’età mi accorgo di essere meno tollerante alle ingiustizie di un sistema profondamente violento e che ci vorrebbe tutti sempre più ignoranti.
Una luz l’ho scritta a partire dalle lettere che scrivevo a mia madre, quando vivevamo in due paesi diversi. L’arrangiamento è frutto del lavoro di Bruno Tomasello e Luigi Esposito.
Una domanda tecnica, visto che mi sono lasciata andare all’emozione: a chi ti senti più vicino musicalmente, del presente e del passato, con quest’album?
Non saprei dirti. Ascolto molta musica latinoamericana. Mi piace molto Filipe Catto, e pure El David Aguilar. Ma io sono e mi sento molto meno performer di loro.
Quanto c’è di donna Gilda in questo album? (Gilda Mignonette, protagonista dell’ultimo romanzo di Alessio Arena, La notte non vuole venire, Fandango 2018)
Ultima domanda prima di lasciarci: cosa stai leggendo in questo periodo?
Sto scrivendo un romanzo e, quando scrivo, a differenza di molti colleghi autori, leggo parecchio.
Adesso, in contemporanea: un giovane catalano, Sebastiá Portell, un romanzo bello di Rivera Letelier e Mandíbula dell’ecuatoriana Mónica Ojeda.
Grazie Alessio, e sono convinta che presto o tardi sarai il nostro Chico Buarque.



