Nero, il Gatto di Parigi di Osvaldo Soriano – Recensione
C’è un detto irlandese che recita: “Gli occhi di un gatto sono finestre che ci permettono di vedere dentro un altro mondo”. Chissà che Osvaldo Soriano, scrittore argentino nato nel 1943 e morto nel 1997, non pensasse proprio a quest’aforisma mentre scriveva Nero, il gatto di Parigi, racconto pubblicato nel 1989 nella sua terra natale ed edito in Italia da LiberAria Editrice dopo trent’anni esatti.
La storia narra di un bambino argentino costretto a lasciare la sua terra natia assieme alla sua famiglia per motivi politici. Il bambino, ovviamente, non capisce bene gli sviluppi che hanno portato i genitori a prendere questa difficile decisione, ma, suo malgrado, ne subisce le conseguenze. La sua gattina Pulqui, compagna di mille giochi, è costretta a rimanere a Buenos Aires, affidata alle cure dello zio, mentre la famiglia si trasferisce alla volta di Parigi. Il giovane protagonista, dunque, deve affrontare una nuova scuola, nuovi amici, una città grande e tanto diversa dalla sua, e l’assenza della sua piccola amica rende le cose ancora più difficili. È per questo, quindi, che i genitori decidono di adottare un altro gatto, così che i due possano farsi compagnia. La scelta ricade su un gatto completamente nero. Nero, quindi, diventerà il suo nome.
Assieme a Nero il bambino affronta la solitudine, la paura dell’ignoto, la nostalgia per la sua terra lontana, in un intreccio poetico fra sogno e realtà, fra fantasia e ricordi. Il risultato non può che fare innamorare il lettore dopo pochissime righe.
Sono molte le considerazioni che si possono fare già dopo le primissime pagine di questo piccolo capolavoro: la prima è che Osvaldo Soriano doveva essere un uomo certamente innamorato della sua terra. Pur parlando per bocca di un bambino, infatti, riesce perfettamente ad esprimere il sentimento della malinconia verso la sua città, mescolandolo, però, al linguaggio semplice e all’ingenuità propri del protagonista. La seconda osservazione che un lettore attento riesce a fare è che Soriano doveva essere un gran “gattaro”. Le descrizioni di Pulqui prima, e di Nero poi, sottolineano non solo un’attenzione particolare alla natura felina, ma anche una vera e propria ammirazione per questi piccoli, meravigliosi esseri che riempono di eleganza e mistero la vita di chi ha la fortuna di averli accanto.
Ciò che certamente contribuisce a rendere la lettura di questa favola ancora più magica sono le bellissime illustrazioni di Vincenza Peschechera, giovane illustratrice pugliese, le cui tavole dai colori scuri come Nero, si mescolano perfettamente all’atmosfera fiabesca e quasi onirica raccontataci da Soriano.
Nero, il gatto di Parigi è un racconto consigliato a tutti – gattari e non – una storia che fa sognare, che ci distacca dalla realtà, ci fa viaggiare per mondi fatati che possono essere a portata di mano, che ci spinge a combattere le nostre paure e a vincerle, specie se abbiamo un felino al nostro fianco. D’altronde è lo stesso protagonista a dircelo: “Fu come se all’improvviso fossimo diventati due gatti e una sola paura”. Ed ecco che, all’improvviso, ci sentiamo un po’ gatti anche noi.
Giorgia Recchia
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