La festa nera: tu chiamala se vuoi post-verità
Il futuro non è più quello di una volta
Non che le cose andassero meglio prima, ma è un dato di fatto quasi incontrovertibile che la cronaca dell’ultimo periodo sembra perfetta per alimentare in ognuno di noi dubbi più o meno credibili sul’idea stessa di futuro che, per dirla alla alla Fossati, chissà se ha fiato. Per cui, un lettore medio come il sottoscritto, può sentirsi legittimato a porsi la seguente domanda: ha senso sforzarsi a immaginare un futuro distopico, quando la realtà che viviamo supera ampiamente e di molto la più perversa delle fantasie?
Se appartenete alla schiera dei lettori che si sono ultimamente posti la domanda, sappiate che una risposta affermativa e convincente la fornisce Violetta Bellocchio con il suo La festa nera, uscito quasi un anno fa per Chiarelettere. Il romanzo è ambientato in un futuro prossimo, che più volte, al sottoscritto, ha richiamato alla mente il titolo del libro di poesie di Mark Stand, «Il futuro non è più quello di una volta», con tanto di rischio annesso di incartarsi nel tunnel senza ritorno del si stava meglio quando si stava peggio. Direte voi, chissenefrega, ma va da sé che quella brezza che volta una o due pagine e poi muore – per dirla sempre alla Mark Stand – muore proprio lì dove ha origine un tremendo timore: non temo il Giancarlo Bizanti in sé, ma quello introiettato in ognuno di noi.
La pancia della gente
Ecco cosa succede quando qualcuno riscopre Pasolini e non ci capisce un cazzo.
Una paura alimentata nel lettore non per effetto di un remake letterario di Sbatti il mostro in prima pagina, ma dal fatto che La festa nera racconta un futuro prossimo carico di suggestioni: nel romanzo viene mostrato l’effetto parossistico di un qualcosa che già sta avvenendo sotto i nostri occhi. E qui penso, a esempio, all’uso più o meno controllato di solleticare costantemente la cosiddetta pancia delle persone. La gente. E gli effetti collaterali sono sempre stati sotto al nostro naso, anche di quello dei lettori più diffidenti. Bastava solo far caso al fatto che ci mostriamo ormai tutti impauriti, frustrati, pessimisti, depressi, pieni di rabbia e risentimento, con la percezione di essere perennemente messi sotto assedio da un nemico immaginario. Violetta Bellocchio non fa altro che imboccarci questa realtà con il cucchiaino.
Tu chiamala se vuoi post-verità
Ed eccoci qua, tutti in fila, noi schiera di lettori dubbiosi, moderni San Tommaso della distopia che se non vedono non credono, pronti a essere catapultati dalla scrittrice in un mondo fatto di piccole comunità, micro Paesi. Sette, se preferite. A farci da scorta un gruppo di reporter, guidati da Misha Fontana, una donna di circa trent’anni, dall’aspetto desiderabile: un volto alla Diletta Leotta che nasconde però l’astuzia e il cinismo televisivo di una Barbara D’Urso. Con lei collaborano Nicola Silva – il suo partner – e Alì, una “mezzosangue” forse di origini ispaniche, la fonico del gruppo e voce narrante del romanzo. Il gruppo decide di percorrere la Val Trebbia alla ricerca di comunità autarchiche, in cui le persone si rinchiudono per sentirsi parte di qualcosa. Misha e i suoi sono dei predatori della notizia che non si fanno scrupoli per ricavare una buona storia che solletichi la pancia dello spettatore. I tre confezionano reportage dallo stile spregiudicato, privo di qualunque criterio di oggettività. E in questo senso, il talento di Misha Fontana aiuta, riuscendo a dare alle persone quello che desiderano: una ragazza ingenua, un’amica, una spalla su cui piange, una mamma comprensiva, una provocatrice, una dominatrice, una predatrice. Misha annuisce, sorride, ammicca, intreccia i capelli e riprende le scene con i suoi occhi, attraverso delle lenti a contatto speciali. L’effetto è quello di soggettività spinta al massimo, in cui la realtà vista con gli occhi dell’intervistatrice viene shakerata in presa diretta con la pura provocazione. E con un gioco di prestigio – puro illusionismo – il pubblico crede di diventare testimone dell’evento: tu chiamala se vuoi post-verità.
Let’s tweet again!
Diventiamo noi la storia, e non esiste destino più atroce del diventare una storia quando le hai sempre raccontate.
Misha gioca con l’interlocutore e, al tempo stesso, si rivolge – senza filtri o intermediazioni di sorta – direttamente allo spettatore. Provoca chi ha di fronte per scatenare una reazione controllata nel pubblico.
E lo shitstorm che si materializza come flashback, da cui sono stati travolti con violenza, fa parte del rischio del mestiere.
Che come cantava qualche anno fa quel filosofo contemporaneo di Manuel Agnelli, anticipando un po’ l’andazzo di questi anni: l’odio è un carburante nobile. Un prodotto assolutamente green ma facilmente infiammabile, contenuto in quantità industriale nella pancia del Paese: scatenarne un’esplosione incontrollata è un attimo. Dopo non hai più scampo. Violetta Bellocchio descrive il fenomeno in modo impeccabile, riuscendo a vivisezionare il blob, scandendo in modo preciso il timing degli eventi: l’innesco, la scintilla, la prolificazione, la violenza verbale, la prevaricazione, la lapidazione per mezzo di tweet, post, condivisioni, minacce private, revenge porn.
La festa nera
Di cos’hanno bisogno, i bambini, per poter sopravvivere al giorno d’oggi?
Leggere, scrivere, contare e padroneggiare le armi da fuoco. Tutto il resto è rumore bianco.
Inutile e dannoso.
La festa nera è quindi un reportage dal futuro prossimo – un po’ con lo stesso salto temporale di Ritorno al futuro, per intenderci – in cui tutto è narrato con una scrittura forte ed efficace, che riesce a catturare il lettore, inchiodandolo intorno a profonde riflessioni sulla realtà. Una docufiction dal futuro in cui il timore di ciò che ci può riservare la vita si scontra con il condizionamento indotto dall’affermazione delle proprie paure personali, che non sono altro che la ricerca di un rifugio in forme di schiavitù. Ma questo è il merito di Violetta Bellocchio, che descrivendo un futuro che assomiglia alla realtà, riporta la distopia a essere denuncia. Per cui, i lettori diffidenti possono dormire sogni tranquilli: la letteratura distopica vive e lotta ancora insieme a noi.
Fabio D’Angelo
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