Exit: intervista a Francesca Fichera
Scrivi Exit e a un nerd, con buon probabilità, verrà in mente la chiamata di sistema con cui si termina un processo. Per un fanatico delle dinamiche economiche e aziendali, Exit invece è il corrispettivo di una parola magica. Per un semplice avventore di un cinema o di un luogo pubblico, non è altro che un cartello lampeggiante che indica l’uscita di emergenza. Per il fortunato lettore del libro di Francesca Fichera – oltre che il titolo – Exit è l’elemento di congiunzione di dieci racconti – storie di solitudini, che viaggiano tra ricordi e fughe oniriche da una realtà complessa – uniti tutti dalla ricerca ossessiva di quella via d’uscita che è nascosta in ognuno di noi. Ma bando alle ciance, per scoprirne di più, non ci resta che fare quattro chiacchiere con l’autrice.
Ciao Francesca, benvenuta nell’acquario dei cefali. Exit è una raccolta di racconti, dieci in tutto, in cui la fa da padrone una paura quasi atavica, che in fondo abbiamo tutti, di rimanere rinchiusi in un qualcosa. Questa paura nei tuoi racconti diventa, di volta in volta, spettri, mondi che si incrociano, rimandi, assenze, e poi labirinti o tunnel con un’unica via di fuga. Ma forse, più che cercare la via di uscita, la soluzione per sopravvivere a tutto questo è perdersi senza il timore di farlo?
Guarda caso una volta mi è venuto di getto un pensiero: “la soluzione è fidarsi di ciò che si teme”. La mia mente lo formulò così come lo sto riportando nel vostro acquario. Come se lei avesse voluto proporre un enigma alla sua stessa proprietaria! Perché in fondo non ho mai realmente compreso il limite fra paura e coraggio. Forse è solo questione di metterlo in pratica.
In Exit lasci al lettore diverse domande, te ne cito una: “chi guarda dentro le case quando sono vuote?”
Facciamo come ne La settimana enigmistica, che nel numero successivo trovi le soluzioni del numero precedente. Ecco, quale potrebbe essere la risposta a questa domanda?
Ci siamo sempre noi che le abbiamo lasciate. A volte mi capita di sognare case in cui ho vissuto – più o meno a lungo – e di esserne l’unico visitatore, l’unico sguardo interno, come un fantasma.
In Prigione scrivi: non avere paura della paura. Incubi e sogni sono uguali finché fai finire entrambi. Un buon esempio per spiegare questa associazione può essere Babbo Natale?
Ecco, si può dire che parte della risposta l’abbia già data ribattendo al primo quesito: noi diamo nomi alle cose per orientarci, ma alla fine molte di queste cose si assomigliano talmente fra loro che per affrontarle è sufficiente compiere lo stesso gesto, il medesimo movimento. Così un sogno può essere uguale a un incubo e un mostro identico a Babbo Natale 😊
Negli ultimi anni, i fenomeni di autoproduzione e self-publishing sono sempre più diffusi nella letteratura (e nel fumetto). Mentre l’autoproduzione nel fumetto meriterebbe un discorso a parte, nella letteratura spesso il self-publishing porta con sé una serie di domande e pregiudizi sulla qualità del lavoro in questione, soprattutto a causa del fenomeno delle case editrici a pagamento. Queste domande non riguardano affatto il tuo libro, allora mi chiedevo: come mai hai preso questa decisione di auto pubblicare il tuo libro? Quali sono i maggiori problemi che hai riscontrato per presentare il libro ai lettori?
Sulla prima parte della domanda mi riservo, in acque future, di poterti interrogare a mia volta 😀 In qualsiasi caso la mia scelta di autopubblicare è in parte (e purtroppo) anche legata a un momento molto particolare e inatteso della mia vita, che mi ha spinta ad affrettare dei tempi già fattisi fin troppo lunghi. Mentre ti scrivo sento la voce di Robin Williams sussurrare carpe diem e per una volta non è un riferimento scontato a L’attimo fuggente: a me stava davvero sfuggendo tutto quanto, ma se c’è una cosa che non lascerei mai andare perché equivarrebbe a lasciare andare me stessa, beh, quello è ciò che scrivo.
Un discorso più prosaico lo dedico alla componente pratica della realizzazione del libro. Come avrai letto al termine del volume, ho avuto la fortuna di ottenere, da un gruppo di persone fidatissime, un aiuto e un sostegno strepitosi sotto ogni punto di vista; le difficoltà maggiori sono sorte – come del resto era prevedibile – nella fase di promozione di Exit, soprattutto quando ho dovuto far capire che al di là dell’acquisto e della lettura in quanto tali quello che mi interessava e insieme mi serviva (e tuttora mi interessa e mi serve) è il parere scritto dei lettori, che aiuta il cosiddetto passaparola sia nel vecchio senso del termine che in quello algoritmico.
Chiudo con l’ultima domanda, giuro. Noi cefali siamo pesci curiosi e non abbiamo potuto non far caso al fatto che a Hiromi Uehara, una pianista jazz giapponese, hai dedicato in Un posto dove sto un passaggio molto bello del racconto. Oggi nell’angolo, dal quel vecchio giradischi, cosa sta girando?
In quel posto in cui non sto più credo crepiti il silenzio. Adesso ogni tanto sento i cinguettii di Drew Barefoot (con Follow the Porcupines) che mi accompagnano come una benedizione quotidiana, fondamentalmente uguale a quella di svegliarsi). Forse ora preferisco attaccarmi col naso al finestrino e immaginare di ascoltare lui o Gustavo Santaolalla, anche se le ruote della mia bicicletta non hanno mai scritto un diario.
Intervista a cura di Fabio D’Angelo




