Kentuki – quegli strambi animaletti
Noi che avevamo un pet
Una delle mie prime dipendenze su Facebook è stata Pet Society, un’applicazione che permetteva di adottare e prendersi cura di un animaletto (pet) facendolo vivere in un mondo immaginario. Si poteva personalizzare il proprio pet in tanti i modi: comprandogli abiti, accessori, ed era possibile anche arredargli casa acquistando mobili, quadri o costosissimi juke box. Quello che lo rendeva diverso da un qualsiasi Tamagotchi, però, era il fatto che nel mondo immaginario del tuo pet vivevano anche gli animaletti dei tuoi amici di Facebook iscritti al gioco. Era possibile andarli a trovare nelle loro case, prendersi cura di loro, ma la cosa che più mi appassionava era vedere come avevano arredato gli ambienti, quali accessori o abiti avevano comprato o che stavano facendo. Una cosa stupida, penserà chi non lo conosce, dato che in fondo si trattava di un mondo fittizio, eppure questo meccanismo generava una sorta di desiderio di voyerismo a cui ho pensato immediatamente dopo aver letto le prime pagine di Kentuki, lo strabiliante romanzo di Samanta Schweblin pubblicato da Sur edizioni con la traduzione di Maria Nicola. Qui è proprio questo desiderio di guardare ed essere guardati che viene spinto all’ennesima potenza in un romanzo di ambientazione distopica ma in realtà più vicino che mai al presente.

Samantha Schweblin, Kentuki, Sur Edizioni, 2019. PP 230
Kentuki, carini ma non troppo
“Essere kentuki, pensò Alina, è una condizione molto più intensa. Se l’anonimato in rete rappresentava la massima libertà di ogni utente – e per di più un privilegio al quale ormai era quasi impossibile aspirare – che effetto poteva fare essere anonimi nella vita di qualcun altro?”
Siamo in un periodo non ben identificato, che potrebbe essere sia un futuro (non troppo remoto), che addirittura il nostro presente. L’ultima tendenza del momento sono i kentuki, all’apparenza semplici animaletti di peluche. Hanno varie sembianze: topi, coniglietti, corvi o anche draghi. Possiedono delle rotelle che gli permettono di muoversi, possono emettere dei versi ma la cosa davvero speciale è che sono dotati di telecamere dietro gli occhi e al loro interno nascondono un software. Sono di moda in tutto il mondo e adatti a tutte le età: bambini, ragazzi, pensionati, artisti, adulti. Si trovano in Cina, Sud America, Stati Uniti, Europa: dappertutto. Il meccanismo è semplice (quanto malato): si può scegliere se acquistare uno di questi pupazzi animati (molto costosi, tra l’altro) comprando un programma da installare su pc o tablet o diventare un kentuki acquistando una scheda di connessione. Così si stabiliscono i ruoli: chi compra un kentuki sceglie volontariamente di essere spiato da qualcuno che non conosce mentre chi decide di esserlo diventa una sorta di voyeur. Non è invece possibile scegliere quale kentuki comandare né in quale parte del mondo: ciò è frutto del caso.
Relazioni nevrotiche
“E poi non capisco – concluse Inés – perché non ti trovi un fidanzato invece di passare il tempo a strisciare sul pavimento di casa d’altri?”
Samantha Schweblin mette in scena tante vite diverse tra loro senza mai risultare scontata o banale. Tra i kentuki e i rispettivi padroni, poi, si instaurano sin da subito una serie di meccanismi che diventano la proiezione dei rapporti tra gli esseri umani, spesso fugaci, ossessivi, poco sani. Una pensionata peruviana, ad esempio, potrà seguire le giornate di un’adolescente tedesca, condividere le sue gioie o preoccuparsi per lei, un ragazzino di Antigua potrà vedere per la prima volta in vita sua la neve o ancora un padre appena divorziato potrà sentirsi meno solo. Però, dopo l’entusiasmo iniziale, anche la situazione dei kentuki sfuggirà di mano: nasceranno relazioni morbose o dubbie, ci saranno kentuki suicidi, altri brutalmente torturati e addirittura movimenti ribelli per la liberazione dei kentuki.
Das Unheimliche
In un suo saggio intitolato Das Unheimliche, Sigmund Freud cerca di spiegare il significato di un aggettivo tedesco, unheimlich, intraducibile nelle altre lingue. In italiano unheimlich è stato reso con perturbante, sinistro ma in realtà il termine originale tedesco è ben più complesso e contiene tutta una serie di sfaccettature impossibili da trovare in una sola parola. Per capirci meglio, unheimlich è un sentimento che esprime qualcosa di familiare ed estraneo al tempo stesso e che genera angoscia mista a una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità. È proprio questo sentimento di unheimlich che pervade il lettore dalla prima all’ultima pagina di Kentuki. La situazione, infatti, sebbene in teoria sia distopica, è in realtà più familiare che mai. Nell’era digitale, quella dei social media che vede tutti connessi con tutti e con il desiderio di condividere qualsiasi cosa, l’idea di un kentuki non è poi tanto irrealizzabile. Ed è proprio questo elemento di familiarità che affascina e inquieta, diventando qualcosa di minaccioso e disturbante.
Una scrittura magnetica
“Non importa quanto tu ti senta al sicuro, la scrittura di Samanta Schweblin finirà per farti del male.” Jesse Ball
Il romanzo della Schweblin ha una scrittura asciutta e scorrevole ed è suddiviso in tanti episodi frammentati che vengono interrotti e ripresi in ordine sparso. I nomi e le situazioni diventeranno ben presto familiari anche al lettore, che comincerà a percepirle vicine, tanto da sentirsi lui stesso come un kentuki che spia in squarci di vita altrui.
Un romanzo magnetico, dunque, Kentuki di Samantha Schweblin, che una volta concluso sarà difficile da dimenticare poiché lascerà al lettore tanti spunti di riflessione ma anche un profondo senso di angoscia. In un’epoca in cui facciamo di tutto per sentirci protagonisti di qualcosa, fino a che punto siamo disposti a spingerci e ad oltrepassare i limiti?
Carla De Felice
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