Le Cattive di Camila Sosa Villada
“Alle trans basta abbassare la testa per avere il dono della trasparenza che gli è stato concesso al momento del battesimo. Camminano come se meditassero o potessero così soffocare la paura di essere scoperte. Perché sì: bisogna essere trans e avere un neonato sporco di sangue nella borsa per sapere che cos’è la paura.”
Le Cattive di Camila Sosa Villada è un romanzo pubblicato da Sur nel 2021 che racconta la vita di un gruppo di donne ai margini della società argentina: perché si prostituiscono, perché sono state cacciate via di casa, perché sono transgender. Un gruppo di famiglia in un interno, dove l’interno è il Parco Sarmiento di notte, abitato da desideri taciuti e sesso a buon mercato, e la famiglia è quella che vive intorno a Zia Encarna, la mamma di tutte le trans che le protegge, le guida e le tiene unite nella tempesta. Una notte Zia Encarna trova un neonato abbandonato nel parco, in un cespuglio di rovi; senza di lei sarebbe morto di freddo, fame, abbandono, dunque è lei la madre, è lei che gli sta dando la vita, per la seconda volta. Camila Sosa Villada racconta una storia di vitalità sfrenata e di rinascite ricorrenti, ma dove la discriminazione e il sopruso operano per soffocare istinti irrinunciabili come l’amore, la condivisione, la tenerezza, il sangue. La maternità come sentimento più che come condizione è un tema di grande coraggio, soprattutto se calato in una cronaca tanto amara e smodata.
Che ne volete sapere dei vostri problemi?
In un famoso sketch della Smorfia di fine anni ’70 intitolato “Il basso”, Massimo Troisi interpreta un napoletano che parla dei suoi problemi davanti a un intervistatore (Enzo Decaro) e a uno studioso/antropologo/scienziato pazzo (Lello Arena). Il napoletano viene incalzato ad ogni lamentela dallo studioso, che gli ripete: “Che ne volete sapere, voi napoletani, dei vostri problemi? Noi li abbiamo studiati per anni!”. Questa è la sensazione, quando si parla di parti della società ancora prive di una vera voce e rappresentatività: le loro istanze, le rivendicazioni, nemmeno il pieno racconto della propria vita hanno diritto a riferire in prima persona. C’è sempre qualche studioso, politico, esperto, che parla per loro. È il rischio ricorrente dei romanzi-sul-disagio in stile National Geographic, didascalici e pacificatori, perché a parlare sono gli “addetti alla cultura”, per citare Battiato, e non i diretti interessati.
“C’è una cosa che imparo molto presto: siamo necessarie al desiderio, al desiderio proibito che gli abitanti della terra provano per noi. Desiderarci deve essere proibito con un castigo eterno, perché abbiamo osato andare contro le regole. Per punirci, ci dicono: nessuno vi desidererà. Eppure la vita non potrebbe funzionare senza di noi, lì, al di fuori da tutto.”
Il nostro corpo è la nostra patria
Le Cattive, oltre ad essere una storia incalzante e scandalosa quanto basta, che non fa sconti e non cerca redenzioni, è un romanzo che parla in prima persona. Camila passa le notti nel parco e noi con lei, sentiamo la sua vita senza giudizio, senza la pretesa di capire, di compatire o commiserare. La sensazione di leggere la storia di un personaggio come fosse un topo da laboratorio, una cavia per redimere e rifondare una società più giusta è qui abolita, masticata e sputata: il piano del lettore e quello del narratore non sono complementari né paralleli, sono ad arte distrutti in mille pezzi e ricomposti in un unico piano che abolisce le barriere del “noi” e “loro”. È questa l’autenticità che fa brillare la prosa di Camila Sosa Villada, carica di ironia, dolore, e di quel real maravilloso in pieno canone latinoamericano, che viene in aiuto di narratore e lettore per rendere la realtà più sopportabile, o più vera. Senza pietismi né moniti, la forza del romanzo emerge dalle storie delle protagoniste di Parco Sarmiento, dalla fremente e rivoluzionaria vitalità dei personaggi che lo animano, dall’abbattimento di ogni barriera emozionale, del senso comune, della cosiddetta decenza, per spalancare le porta a una sfavillante e sventurata fedeltà verso se stessi.
Roberta Rega




