Libri

Published on Febbraio 24th, 2020 | by Donatella De Tora

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Scavare di Giovanni Bitetto: “Tutto si mischia nella poltiglia della miseria umana”

scavare

Giovanni Bitetto, Scavare, collana Incursioni, Italo Svevo Editore.

Scavare, di Giovanni Bitetto, è un libro percorso da un dualismo su diversi livelli: il narratore si rivolge per tutto il tempo della narrazione al suo amico-rivale, l’uomo attraverso il quale lui si è formato quasi per contrapposizione. Uno è divenuto scrittore di romanzi carichi di mistificazioni, l’altro è seguace della filosofia e con essa della verità, uno è vivo vivissimo, l’altro ormai solo un pallido fantasma. Si crea così una dialettica di cui i due protagonisti sono “poli in chiaroscuro” e concetti come Io-Tu, Amicizia-Rivalità, Menzogna-Verità, Letteratura-Filosofia, Vita-Morte vengono raccontati dall’autore l’uno attraverso l’altro.

La storia

“La tua parabola si è compiuta, la mia è ancora in divenire, per questo mi osservi mentre procedo a tentoni, spaventato da un finale ben peggiore di una morte improvvisa e, ammettilo, in qualche modo salvifica. […] Tu sei muto, hai lingua di morto e occhio asciutto, io vivo e fremo e ti ricordo cosa significa avere un corpo. Il prossimo sole sorgerà sulla mia gola secca, entrambi allora sapremo chi di noi è stato condannato”.

Il narratore, di cui non sapremo il nome, viene a sapere della morte dell’amico di sempre, altrettanto anonimo, e, durante una unica notte, si confronta con lui per l’ultima volta, ripercorrendo la storia della loro amicizia e della loro rivalità. In questo unico momento il narratore ha dalla sua il vantaggio del silenzio dell’altro, può quindi, per una notte, raccontare la sua versione dei fatti, “l’unica ancora in grado di essere narrata da voce viva”.

Comincia così la rievocazione della relazione dei due.

Il narratore incontra l’amico a 13 anni, alle medie, “nella miseria di provincia”. Lui è in bagno e dei ragazzini lo stanno pestando, quando l’altro gli passa accanto con “stupefacente distacco”, come se fosse ricoperto di una “aurea di insignificanza” che lo rende quasi alieno e invisibile ai piccoli bulletti. È proprio questa insignificanza che lo fa brillare tra gli altri al narratore, che ne resta incantato.

I due si ritrovano al liceo, l’amico è da subito “alterità”, spicca tra tutti per proprietà di linguaggio, ampiezza delle conoscenze, lucidità di pensiero. Considera il mondo come un posto da “addomesticare”, da “ricondurre al gioco” delle idee. E il narratore ne subisce irrimediabilmente il fascino; forse già a questo punto, ancora prima di diventare amico fraterno, questo ragazzo alieno è già rivale, contrapposizione.

“Io non avrei mai voluto essere strano come te” confessa il narratore, che invece nel tempo della sua vita coltiva il travestimento, la mistificazione, un “paradigma banale”. Alla verità urlata e snudata dall’amico, il narratore contrappone per difesa l’abiura dell’individualità. E quanto più pensa di combattere il conformismo, nella sua adolescenza, tanto più si lascia avvolgere dalla mediocre normalità da cui l’amico sembra brillantemente evadere. “Si può dire che non abbia mai abbandonato questo artigianato, scalpellando di anno in anno maschere più elaborate, incidendovi espressioni più raffinate”, ammette.

Poi giunge il tempo dell’università. Dopo una adolescenza passata in un paese meridionale dove le alternative sono state poche (“la chiesa, la televisione, la droga”), i due condividono la stessa stanza a Bologna. In poco tempo l’amico già sopravanza il narratore, trascorre ogni momento nello studio, nei dipartimenti, nelle biblioteche, desideroso di sfuggire alla banalità. Mentre il narratore si sbronza senza direzione, l’amico cerca una chiarezza che non appartiene a questo mondo, “una verità strutturata”. Nel narratore si accresce, inesorabile, l’invidia per l’acume con cui l’amico vuole interpretare il mondo.

Un rapporto simbiotico

“Tutto si mischia nella poltiglia della miseria umana”.

L’Io e il Tu, tuttavia, non sono poi così contrapposti e il narratore, percorrendo il filo della memoria, si accorge dei punti di contatto. Ferocia e arrivismo uniscono i due protagonisti: sia l’uno che l’altro infatti, più o meno segretamente, sono animati da un desiderio di ascesa, dalla voglia di emergere.

Il confronto per entrambi è con la figura del Padre, quella figura che già la citazione di Volponi, posta a inizio libro, evoca (“Senza padre e senza massa che cosa ti resta?”).  I due amici sono cresciuti con al loro fianco modelli paterni molto deboli, padri che sono“fagotto di lacrime e giacche impolverate”, imbarazzanti, ridotti da quel male oscuro che è la depressione e dall’impotenza. Davanti a un mondo che chiamava all’azione non hanno risposto, hanno demandato tutto alle loro mogli, madri forti che hanno schiacciato la loro mascolinità.

Le ragioni dei due protagonisti non sono dunque poi così diverse, le intenzioni si sovrappongono. La simbiosi avviene nella sofferenza: “Con tonalità diverse il nostro dolore era simile” e “persi nelle nostre solitudini ci attraversavamo”.

La Morte

“E a cosa serve allora amare o odiare, se […] siamo stati condannati a morire? Magari osservati da un estraneo, mentre si sbriciola l’edificio dei ricordi portandosi dietro l’illusione di aver dato al nostro viaggio una forma coesa. Invece si è trattato solo di un attraversamento di neuroni, uno scontrarsi di atomi, un pretesto della materia per rimescolare la propria energia”.

Per quanto mi riguarda, ciò che più mi ha fatto emozionare nella lettura di questo romanzo sono i continui riferimenti alla morte. Senza timore si può dire che questo libro è un libro sulla morte, una riflessione che viene declinata attraverso due vocazioni: quella della filosofia e quella della letteratura. Per entrambe le discipline infatti la questione della fine è dirimente, per entrambe la morte è qualcosa a cui contrapporre l’eternità del pensiero e dell’arte.

Per il narratore la morte è innanzitutto il pretesto per dare il via al confronto con l’amico. La morte, col suo silenzio, spinge a “scegliere il momento”, a “vomitare in forma pura” gli avvenimenti “velati sotto la finzione”. Non si può più rimandare, non si può più rimanere nel conforto delle piccole bugie quotidiane. La morte dell’amico pretende attenzione e a partire da quella morte il narratore può esplorare sé stesso e il suo vissuto.

Inoltre, anche nella morte l’amico-rivale appare vincente, infatti al narratore non serve a nulla poter “solcare ancora il mondo”, poiché un morto non può commettere più errori. La morte dell’amico chiude definitivamente la partita tra i due e il narratore dovrà fare i conti con questa mancanza.

Magistrale poi la riflessione sui cimiteri, luoghi in cui si cerca di normalizzare una cosa del tutto impossibile da normalizzare, perché del tutto estranea alla possibilità dell’esperienza. Ecco cosa dice il narratore a questo proposito: “L’edificio a cinque piani che ospita i loculi è l’aggiunta estrema del cimitero […]. Sembra un condominio in cui ogni defunto può accogliere la propria nera famiglia, e illudersi che, fra scale spazzate e vasi di orchidee su ogni piano, la mediocre quotidianità prosegua anche nella morte. Mio padre ha scelto come casa un loculo al quarto piano, in una parte con altri venti giacigli.”

Poche righe che con amara ironia spezzano la sicurezza del nostro mondo contemporaneo.

Letteratura vs Filosofia

“In quelle storie non c’è un grammo di verità, o meglio, c’è il peso del desiderio, di come volevo che andasse, ma tutto è sepolto sotto strati di finzione, inquinato da parole deformi”.

Un altro tema che si impone è quello della scrittura, considerata, come vuole la struttura dualistica di questo romanzo, attraverso il confronto con la filosofia. Il narratore, deluso da una storia d’amore, comincia a scrivere racconti, forse anche per dimostrare all’amico, preso dal suo pensare, che “al di là delle geometrie della filosofia” esistono “altre architetture” più genuine perché prive di quella “pretesa di verità” che anima la filosofia.

Secondo il narratore la filosofia è “una scienza piombata dalla convinzione di essere esatta”, ma tuttavia i filosofi altro non sono che “uomini che vagano nella nebbia”. “In questa nebbia” afferma “puntate lo sguardo, date un nome all’ignoto illudendovi di dominarlo, senza accorgervi che vi state perdendo, che l’unico modo per riconoscersi è accettare il vuoto, e tentare di scavarlo dall’interno,  fino alla prostrazione, al fallimento.”

Proprio dal fallimento invece, sostiene il narratore, trae origine la letteratura, infatti il linguaggio “si scopre inadeguato a nominare il mondo e per questo si sforza di superare se stesso”. Non c’è un “approdo sicuro”, lo scrittore si ingegna per inventare il tutto, frase dopo frase, “nella speranza che il vuoto non risucchi ogni sillaba”. Nello stesso tempo però, e forse proprio per l’inadeguatezza del linguaggio davanti alla multiformità del reale, “La letteratura è illusione, deformazione, la bugia raccontata al prossimo”.

Scavare

Scavare non è un romanzo di trama, l’intreccio serve solo a portare avanti una riflessione sull’urgenza dell’autenticità, un’urgenza tanto più vera in un mondo che offre sempre nuovi ruoli dietro cui nascondersi. L’identità di ciascuno, sembra chiedersi l’autore, passa solo da quei ruoli? E se scoprissimo invece cosa c’è dietro ogni maschera? E se scavassimo nel dolore di ciascuno?

Concludo con le parole dell’autore che mi sono rimaste più impresse nella mente: “Non è legittimo spingersi oltre, non c’è nulla oltre il dolore e la famiglia, la fratellanza e il tradimento, l’amicizia e la rivalità. Sono due le azioni che può compiere l’uomo: scavare nel proprio animo o seppellirsi nelle cose del mondo. Tu cosa hai fatto? E cosa ho scelto io?”

Donatella De Tora

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