Libri Eichmann. Dove inizia la notte

Published on Aprile 14th, 2020 | by Donatella De Tora

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Eichmann. Dove inizia la notte – un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann Di Stefano Massini

Eichmann. Dove inizia la notte è un testo di Stefano Massini che trae ispirazione dagli atti e i verbali del processo a Eichmann e dai saggi che la filosofa Hannah Arendt scrisse a riguardo.

Un piccolo passo indietro: Eichmann è stato un funzionario nazista, considerato uno dei principali responsabili, a livello operativo, dello sterminio degli ebrei. Nel 1960 venne arrestato in Argentina, dove era scappato, per essere processato a Gerusalemme. In qualità di inviata del New Yorker, Hannah Arendt assiste al processo: dai suoi resoconti prende forma La banalità del male.

Hannah Arendt

Stefano Massini, Eichmann. Dove inizia la notte, Fandango libri

I due protagonisti

Buio. Sullo sfondo si sentono rumori di treni, ferraglia. E ancora: grida umane, pianti. Scoppi di fucile, mitragliatori. È una sequenza spietata, lancinante. A tratti assordante. Poi tutto svanisce lentamente. Resta solo un lungo silenzio mortale.

Si alzano le luci su uno spazio neutro, illuminato da luci al neon. Potrebbe essere un bunker, o una stanza da interrogatori. O forse, semplicemente, un luogo inesistente.

A destra è seduto lui, Eichmann, di spalle, avvolto nel fumo di una sigaretta. Non lo vediamo in viso, sentiamo solo le sue parole”.

Il testo di Massini si configura come una sceneggiatura (non è certo un caso, per un autore così avvezzo, per usare un eufemismo, alla scrittura teatrale), sulla scena solo due attori che dialogano: Hannah e Eichmann. Fin dalle primissime parole l’autore introduce il tema dell’Olocausto evocando la figura del treno, quello che portava gli ebrei, e in generale tutti gli individui ritenuti inferiori o indesiderabili, verso i campi di sterminio. Poi arrivano le grida, i mitragliatori, la spietatezza umana: il dolore in poche righe. Infine tutte queste immagini che fungono quasi da prologo svaniscono, lasciando il posto a uno spazio neutro, in cui troviamo solo i due protagonisti.

Il processo Eichmann

Il primo a iniziare il dialogo è Eichmann. In ciò che pronuncia c’è già tutto quello che poi Hannah gli leverà di bocca pagina dopo pagina. Eichmann dice: “C’erano altre vie […] L’ho sempre pensato”. Poi passa a enunciare i piani che lui aveva studiato, progettato con minuzia per risolvere il “problema” ebrei. Da una parte la possibilità di trasportarli tutti in Madagascar per nave, dall’altra quella di trapiantarli “in una specie di piccolo stato ebraico, a Nisko”, in Polonia. “Niente morti, niente rumore. E oggi non saremmo qui” dice, per poi aggiungere: “Sottoposi i progetti ai piani alti. […] Non vollero saperne”.

Già da subito quindi Eichmann si presenta al lettore come nient’altro che un burocrate a cui lo Stato ha dato un compito, sottoponendogli un problema che lui ha cercato di risolvere studiando e progettando la soluzione più efficace, seguendo gli ordini, svolgendo il suo lavoro con la massima competenza possibile. Anche fisicamente Eichmann sembra “un impiegato di quarto livello, o il bibliotecario stanco di una scuola di provincia” e non l’incarnazione del Male che ci si aspetterebbe.

Al suo fianco Hannah lo ascolta, lo interroga e si interroga. A lei non interessa chi sia quell’uomo, lei vuole sapere e capire qualcosa di più profondo, qualcosa che non riguarda solo le loro due singolarità calate in quel momento. “Dove comincia – e perché comincia” si chiede “il male. Ci sarà un momento, preciso, in cui prende forma, o no? Deve esserci. Tutto ha un inizio. Quell’attimo – impercettibile – in cui si passa dal nulla al qualcosa”. Questo vuole capire Hannah, che già da bambina, ci racconterà, dava le spalle al tramonto, osservando il buio che avanzava, odiandolo e chiedendosi, per combattere la paura dell’oscurità: dove inizia la notte?

Cos’è il male

Posto di fronte alla domanda di Hannah, Eichmann racconta di quando in cella, a Buenos Aires, vide una guardia intrappolare una lucertola in un bicchiere e osservarla morire. “Fa parte dell’uomo” sostiene. “Per paura della morte la osserviamo. Per controllarla. […] Non esiste il male, esiste solo la paura di incontrarlo”.

E ancora: “Se dico che l’essere umano è una bestia, dico la pura verità. Se dico che è una creatura geniale, sensibile, dico la verità. L’essere umano […] è Mozart ed è Torquemada”.

Nel corso del dialogo Eichmann racconta che nel 1932 ha perso il lavoro, in piena crisi economica le SS gli offrono una strada. Non viene pagato, ma ha un’appartenenza, qualcosa che gli permette di mantenere la sua promessa a sé stesso, quella di non diventare come il padre, sempre il peggiore tra tutti e pieno di debiti. (Rispetto a ciò Hannah sottolinea qualcosa di attualissimo. “La pagavano con un verbo essere. ‘Sono un SS’. Dare a qualcuno un verbo essere è una buona forma di stipendio” dice parlando a noi tutti, ma per non dilungarmi lo lascerò qui solo come spunto riflessivo). Gli viene affidato l’Ufficio Ebrei, ma lui punta più in alto e quindi dà il meglio di sé, lavora alacremente e con perizia, espelle migliaia di ebrei. A lui interessa essere bravo nel suo lavoro, essere promosso. “Non c’è il bene e non c’è il male, c’è solo quello che va fatto”.

Eichmann si distacca, dunque, del tutto da quello che il suo “lavoro” a livello etico implica, completamente alienato.

Glielo dice allora Hannah: “Lei ha tolto la casa, i soldi, la dignità a 150.000 persone solo per mostrare che era bravo […]. Si rende conto di quanto siamo fragili, noi tutti? Basta che un tizio in qualche ufficio punti tutte le sue carte per avere una promozione, e noi ci finiamo nel mezzo”.

Ecco che si configura, pian piano quella banalità del male di cui Eichmann è, nel testo di Arendt, incarnazione. Non c’è in quest’uomo la malvagità, quanto piuttosto l’incapacità di distinguere.

La riflessione poi si approfondisce ulteriormente, acquistando anche una sfumatura linguistica. Nel male, sostiene Hannah, c’è qualcosa di stupido. Esso si nutre di paura. Le SS volevano far tremare la gente, ne erano fieri, le loro stesse divise avevano quello scopo, coi teschi e i coltelli incisi nei distintivi. Eppure, dice Hannah: “A sentirvi parlare, è così chiaro che ad avere paura eravate per primi voi”.

Le parole che i nazisti utilizzavano, infatti, erano Soluzione Finale, Trattamento Speciale, Evacuazione e non Massacro, Gas, Espulsione. Il linguaggio diventa così il mezzo per smascherare la paura nascosta dietro il Male. “Bastava ascoltarvi davvero per capire chi eravate. Ma è sempre così, il male si nasconde dietro il fumo, sembra devastante, enorme. Per guardarlo in faccia basterebbe ascoltare, attentamente, come parla. Quali parole sceglie di usare. Solo allora vedresti che è una cosa stupida” dice amaramente Arendt. “Non ha la forza nemmeno per chiamare le cose per nome. ‘Soluzione finale’… se non fosse una tragedia, farebbe ridere. Anzi, perché mi stupisco? Tutto è ridicolo”.

La dignità

Eichmann: “Non l’ha inventato Eichmann l’Olocausto”

Hannah: “Ma Eichmann l’ha eseguito”.

A un certo punto del dialogo Eichmann dice che il suo essere nel torto, il suo essere quello sotto processo, deriva solo dal fatto che lui è stato dalla parte di quelli che hanno perso la guerra. Sarebbe stato giusto, allora, uccidere gli Ebrei se Hitler avesse vinto? Gli chiede Hannah. Lui non ha dubbi: “L’oggettività non esiste. […] È solo un punto di vista. E ogni ruolo comporta un punto di vista”. Continua a deresponsabilizzarsi. “Io mi limitavo a organizzare”, “ero un uomo di numeri, di date, di liste” e “Che io lo volessi o no, la Soluzione Finale era iniziata” sottolinea.

Per Hannah non ci sono scuse. Persone e ruoli non sono distinti. Gli atti, le decisioni, costituiscono la persona. “Guardarsi alle spalle, sapere che dietro di te, uguali a te, ci sono altri. Rassicura, vero? E più ancora: assolve. Prima ha detto: ‘se non l’avessi fatto io, avrebbero trovato un altro’: non è una minaccia, è un sollievo. Qualunque cosa tu stia facendo, sapere che non sei l’unico a farla. Che come minimo ne rispondiamo in due, tre, in cento. Nessun giudizio, Vostro Onore: eravamo in tanti”.

Ma non bisogna nascondersi dietro agli altri, dice soprattutto al lettore Hannah, introducendo il concetto di dignità. Lo fa parlandoci di Sophie Scholl, una giovane attivista giustiziata per aver accusato Hitler di genocidio gettando dei volantini dalle rampe delle scale dell’università. Poteva pensare, Sophie, di avere solo vent’anni, di non avere in fondo chissà che potere per fare la differenza, poteva pensare, racconta Hannah, di essere solo un ingranaggio nel sistema. E invece non lo pensò. La vera dignità è quindi quella “di chi non pensa mai di essere inutile”.

L’agire infatti è responsabilità, ha un significato politico.

E a questo punto val la pena ricordare brevemente uno dei fulcri della filosofia di Arendt: la distinzione, compiuta in Vita Activa, tra tre attività umane fondamentali: lavorare, operare e agire. Il lavoro assicura la sopravvivenza, l’operare dà frutto al mondo artificiale, l’agire è l’unica attività che mette in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali. Corrisponde alla condizione della pluralità e si esplicita quindi in quello che è lo spazio politico, lo spazio della comunità. (Arendt ricorda a questo proposito che in latino la parola vivere e l’espressione “essere tra gli uomini”, inter homines esse, sono sinonimi). Si può non lavorare, si può non produrre, ma l’agire è attività propriamente umana ed è sempre in relazione all’altro, farne a meno significa fare a meno dell’umanità. Agire, inoltre, significa prendere una iniziativa. Cominciare.

Siamo una goccia nel mare, ma le nostre azioni hanno un valore, sembra dirci Arendt con la sua filosofia, e con lei la Hannah del dialogo. Tuttavia l’insegnamento che dovremmo trarre da questo libro di Massini non è la possibilità di essere come Sophie Scholl, ma il pericolo concreto di cadere nella banalità nel male, vivendo senza saper distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, raccontandosi che “così fan tutti”, pensando di non poter fare la differenza. Il rischio è quello di credere, per esempio, di stare inseguendo una promozione sul lavoro e ritrovarsi invece a organizzare stermini.

Quello che è importante capire, dopo aver letto questo libro, è che chiunque può essere Eichmann e che il male è decisamente più facile del bene.

Donatella De Tora

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