Il sistema del tatto di Alejandra Costamagna
“Si vede che a lei piace star lì, con quei parenti che abitano in case così diverse, immagina Augustín, da quelle del suo paese. Lui non è mai andato più lontano di Mar del Plata (tanto tempo fa, con sua madre, quando uscivano ancora di casa). La bambina invece va e viene tutti gli anni dal Cile all’Argentina e dall’Argentina al Cile via terra.L’ha sentita raccontare mille volte, la storia della cilena e di suo padre.”
Il sistema del tatto di Alejandra Costamagna (Edicola Ediciones) è un romanzo che ha due protagonisti, due voci che si muovono su due piani temporali diversi. C’è Augustín Coletti, che vive con i genitori a Campana, in Argentina, e racconta l’estate in cui la figlia del cugino, la chilenita, viene a trovare i nonni. E poi c’è Ania Coletti, la piccola cilena che è diventata ormai una donna adulta e torna a Campana in occasione della morte di Augustín.
Entrambi sono figli di emigrati, entrambi, nel loro tempo, non riescono a essere soddisfatti della vita che conducono e si confrontano continuamente con le figure dei loro genitori.
Augustín vuole volare via dalla terra dove vive, dalla casa materna che sente come una prigione. Infatti, quando la chilenita viene a trovare i nonni, lui invidia quella bambina che ha visto più cose di lui e allo stesso tempo cerca in lei la salvezza, che possa portarlo via con sé, mostrargli “che la vita è un’altra cosa”. Eppure non riesce a partire, non riesce a staccarsi dal luogo dove è nato. Ad Ania invece manca il radicamento. Lei cerca stabilità, da quando ha perso il lavoro, ma anche da prima, dalla morte di sua madre, da quando “è comparsa Leonora e suo padre ha cominciato a parlare un’altra lingua”. Tuttavia non riesce a fare altro che passare da un lavoretto all’altro, entrando nelle case altrui per innaffiare le loro piante o dar da mangiare ai loro gatti, senza sentirsi a casa da nessuna parte.
I due, simili e opposti, si incontrano tra le pagine del libro con una trovata molto poetica. Il romanzo infatti è intervallato da fotografie, lettere, pagine battute a macchina, stralci di un manuale dell’emigrante italiano, documenti che vengono raccolti e conservati nel tempo di Augustín e che Ania ritrova anni dopo, nel suo tempo, in una scatola, come un ponte tra i due.
Eredità
“Perché non puoi uscire da quella porta, attraversare la città, camminare o correre o volare e lasciarti alle spalle questa cella? Se ha potuto farlo tua madre, attraversando l’oceano, quando aveva poco più di vent’anni. Se ha potuto farlo tuo cugino, il padre dellachilenita, lasciando i genitori, i parenti, la sua terra, e andandosene per sempre dall’altra parte delle montagne. Malui no, lui è solo il figlio di Nelida e Aroldo. Lui non ha carattere, non ha soldi, non sa far niente. Ha solo una macchina da scrivere che non padroneggia del tutto.”
Ciò che pesa sulle spalle dei due protagonisti più di ogni altra cosa è forse il concetto di Eredità. Da questo punto di vista, non sembra un caso che il libro si apra con una citazione di María Sonia Cristoff: “E che mostruosità gli antenati, tutte storie per far uscire pazzi i bambini”.
La madre di Augustín, Nelida, lavorava come dattilografa in Italia, prima di partire per l’America, spinta dai genitori. Ed è come dattilografo che studia Augustín, a ripercorrere le orme di quella madre che ha sempre visto infelice, silenziosa. Ma “si rendeva conto, la madre, che il figlio si metteva nelle sue mani, nelle sue dita, per continuare il mestiere che lei aveva abbandonato, per proseguire forse la sua genealogia difettosa?”
Dopo anni che sembrano secoli, quella stessa macchina da scrivere arriva nelle mani di Ania, che la ritrova nella casa dove ha trascorso le sue estati di bambina. Lei, infatti, viene mandata dal padre a Campana, per sostituirlo nel saluto a quello che è l’ultimo parente rimasto, poiché lui deve restare vicino alla sua seconda moglie, convalescente. Quando la madre di Ania è morta lei e il padre hanno vissuto quasi come una gioiosa coppia di amanti, poi è arrivata Leonora e se lo è portato via, in uno spazio altro. Il padre, anche in questa occasione, viene meno, non riesce ad affrontare la sua responsabilità e si aspetta che lo faccia la figlia. “Con la morte di Augustín, l’ultimo membro della tribù, è la fine della storia. La fine di Campana. E suo padre non ce l’ha il fegato di assistere a quella fine”.
Verso questi genitori che davanti ai loro personali dolori, che non poco hanno influenzato la vita dei figli, sono comunque riusciti ad affrontare la vita, Augustín e Ania sentono un grande senso di colpa.
Il padre di Ania le dice: “Ci stiamo estinguendo”. Ania percepisce quelle parole quasi come accusatorie, “come se una parte di responsabilità nell’estinzione della famiglia fosse sua”, ma Ania “non vuole riprodursi, non vuole salvare nessuno”. Piuttosto crede che dovrebbe avere come esempio quello dei bisnonni“che hanno saputo staccarsi dalle loro origini e diventare altri”.
Il senso di colpa di Augustín riguarda il fatto che vorrebbe partire e allontanarsi da casa. Non sembra che i suoi genitori cerchino davvero di fermarlo dall’intento, ma lui non riesce comunque a lasciarli soli. A fermarlo sono i pensieri nella sua testa. “Se i suoi sapessero che pensa di abbandonarli non glielo perdonerebbero mai. Tutta la vita chiusi qui dentro per te,tutta la vita a proteggerti dal mondo e poi tu ti lanci da un giorno all’altro per terre sconosciute, sotto cieli stranieri”.
Augustín e Ania hanno una vita vissuta a metà, e alla luce dei loro presenti si trovano a “confrontare il ricordo con la rovina”. “Senza un passato di cui inorgoglirsi o un futuro da venire ad annunciare”, sono entrambi in un vicolo cieco, schiacciati dall’eredità di chi prima di loro ha avuto il coraggio di muovere il proprio destino.
Emigrazione
“Se le circostanze fossero quelle giuste, potrebbe perfino costruirsi un nido di ornitorinco, decorato come un’opera d’arte, e abitarci fino alla prossima primavera. Spiegare le ali e tentare il volo in questi luoghi d’adozione.”
Non c’è dubbio che uno dei temi portanti di questo romanzo sia l’Emigrazione. Può forse testimoniarlo il riferimento continuo agli uccelli, che volano di terra in terra per raggiungere i luoghi dove è più favorevole la sopravvivenza della loro stirpe e fare il nido, che partono e tornano a seconda della necessità. Giusta metafora del migrante, ma anche del desiderio di cambiamento che è nei protagonisti. Proprio guardando il cielo infatti Augustín dice: “lassù c’è la vita reale”.
I protagonisti sono figli di migranti. Nelida, la madre di Augustín, parte dall’Italia verso l’Argentina, dove sposerà un italiano. Il padre di Ania dall’Argentina è partito per il Cile.
Nei giardini della piazza di Campana c’è un monumento all’immigrato. Una pietra scura, in rosso sono scritte le parole: “Come onda dell’oceano venne dall’Italia a Campana”. E il rosso sembra ben rendere il sacrificio di chi è partito, per necessità, per desiderio di vivere una vita migliore, ma comunque al prezzo di lasciare dietro un pezzo di sé. E così quelle onde del mare sono state “orgoglio ed esilio”.
E d’altronde, riflette Ania guardando quel monumento, chi è partito per l’America è partito con l’illusione nel cuore. Talvolta con un parente “che prometteva ricchezze dall’altra parte del mondo”. E invece poi si trova senza fortuna, a dover sopravvivere, l’America diventa “un territorio ostile”, “le terre che erano state promesse” non ci sono. E così bisogna reinventarsi, imparare “a essere altri”. Radicarsi in un’altra terra.
Parola
“Non sa quale sia la parola giusta. Gli piace provare tutte le parole che possono avvicinarsi a quello che vorrebbe dire. Gli piace,ma lo irrita moltissimo non trovarle mai. Per questo batte a macchina senza criterio e senza posa: chissà che in quell’automatismo non compaia proprio quello che sta cercando, la parola capace di farlo tornare a casa o di portarlo via per sempre.”
In un romanzo che si chiama Il sistema del tatto, facendo riferimento a una tecnica d’uso della macchina da scrivere di cui parla Augustín, non è strano considerare che una riflessione che lega il tutto è quella sulla parola.
Augustín fa un corso di dattilografia, per imitare la madre certo, ma anche perché “sotto i silenzi di sua madre ci sono esplosioni capaci di assordare chiunque” e allora lui passa molto tempo “picchiando sui tasti tutto il giorno”, come a evadere, come a risponder a quel silenzio. “Prendere il manuale dell’emigrante o qualunque altro documento dal baule di sua madre e battere a macchina. Colpire qualcosa con le dita, lasciare una traccia, lettere come proiettili”. La parola lo salva dalla paura del nulla, egli permette di lasciare un segno della sua presenza in un mondo a cui non riesce ad appartenere completamente.
Ma anche per Ania la parola ha importanza. Tra le cose che portano al licenziamento di Ania dalla scuola dove ha lavorato, c’è il fatto che la direttrice la rimprovera di non correggere adeguatamente i temi dei bambini, ricchi di parole fantasiose ma sbagliate. Ania però “trovava favolose le invenzioni linguistiche degli alunni. Pensava che le parole avessero pieghe nascoste e occupassero il confine tra la pelle e il mondo”. Le parole, per Ania, occupano con coraggio quello spazio esterno che lei non è in grado di occupare, con una densità che le fa esistere talvolta più della stessa realtà.
Concludendo, se non smetti di confrontarti con la vita che hanno fatto i tuoi genitori e con quello che si sono sempre aspettati da te, se senti che il posto dove stai non è quello che vuoi chiamare casa e tuttavia non riesci a sfuggire all’immobilità, oppure se al contrario hai trovato la forza di partire o di cambiare ma non avresti voluto avere la necessità di farlo, allora non faticherai a empatizzare con i protagonisti di questo romanzo.
Donatella De Tora




