Sandro Bonvissuto, La gioia fa parecchio rumore
Forse a nessuno verrebbe in mente di replicare se affermassimo che quest’anno è abbastanza duro. Abbastanza difficile. Abbastanza triste. Sicuramente su questo punto ci troviamo tutti d’accordo: complottisti, negazionisti, catastrofisti, ottimisti… se ce ne sono ancora in giro. Ormai l’anno sta per terminare, e tra scongiuri, preghiere e speranze, privati di ogni certezza, ci apprestiamo anche a ricordare i titoli dei libri che ci hanno tenuto compagnia in questo funesto bisesto. Perché i libri sono quegli amici che possiamo abbracciare senza timore, senza violare ordinanze e DPCM, senza rischi per la salute pubblica, anzi, ne apprezziamo ancor più il potere salvifico, soprattutto quando offrono un momento di evasione.
Agli inizi di febbraio, prima che questo 2020 iniziasse a fare il 2020, in libreria l’attenzione fu catturata da un titolo che prometteva emozioni intense e piacevoli. La gioia fa parecchio rumore, pubblicato da Einaudi nei Supercoralli, ha segnato il ritorno di Sandro Bonvissuto, ed è il libro che dovete assolutamente recuperare se desiderate scappare da questo tempo assurdo e rifugiarvi in un passato nemmeno lontanissimo per riacciuffare il senso di una Italia, quella a cavallo tra anni ’70 e ’80, che oggi ancora osserviamo per le tensioni al cambiamento, alla creatività, a nuove forme di espressione e di socialità. A un vivere semplice, concreto, fatto di sentimenti duri e delicati insieme, accessibili e condivisibili.
Un ragazzino del Quadraro, appartenente a una famiglia che dal quartiere a sud-est della capitale deriva il suo carattere di vivace resistenza, si affaccia al mondo, scopre l’amore e si afferma naturalmente come individuo attraverso l’esperienza totalizzante della passione. È passione calcistica, giallorossa, ma è prima di tutto passione per la vita, istinto alla conoscenza, smania di consapevolezza. Il ragazzino assorbe come una spugna il complesso di valori, insegnamenti, modi di comunicare e amare provenienti dall’universo familiare, ma al contempo riesce a rielaborare tutti i suggerimenti e a imprimere il suo tratto distintivo a ogni azione. Riesce a far sentire la propria voce nel coro delle voci grosse e confuse dei suoi parenti veraci, coloriti, ingombranti, irresistibili. Si fa uomo, guadagnando il suo posto eterno, sul divano davanti alla radio e nel mondo.
Bonvissuto ci offre un romanzo di formazione che è anche un viaggio alla ricerca di una genuinità di un calcio che non esiste più, di una società ormai sepolta ma di cui siamo figli, a caccia di valori travolti dall’avvento del consumismo ma che sopravvivono sul fondo dei nostri ricordi più preziosi. Perché appartengono alla nostra infanzia e all’infanzia dei sentimenti e di una purezza che pure ci piacerebbe recuperare. Con una penna efficacissima, capace di tratteggiare la realtà toccando le note più basse e quelle più eccelse, mescolando sapientemente profondità e leggerezza, l’autore solletica le nostre responsabilità di esseri umani, ci richiama al senso del nostro stare al mondo, ci pone dinanzi allo specchio della solitudine silenziosa e poi ci catapulta nel chiasso della gioia, quella che grida e va gridata con tutto il fiato che abbiamo in corpo soltanto se siamo ed esistiamo con gli altri, e se siamo capaci di stringerci e di farci vicini. Perché la gioia fa – e deve fare – parecchio rumore. E noi ci auguriamo di tornare a inseguirla, a viverla, a condividerla e, intanto, a saperla pensare.
Per raccontare di questo libro si è fatto riferimento ai grandi romanzi calcistici, si è citato spesso Febbre a 90’ di Nick Hornby, e si è immaginato un pubblico di lettori romanisti o, comunque, di appassionati di calcio. Ma in uno dei pochi momenti spensierati di quest’anno, nel luglio carico di fiducia che ci ha riscoperti a parlare dei libri in presenza, all’aperto e al calore estivo – che è stato prima di tutto calore umano – Sandro Bonvissuto ha chiesto di non immaginare il suo romanzo come un libro sul calcio, e ci ha raccontato un mucchio di cose che poco avevano a che fare con il libro. Ci ha appassionato e ci ha divertito con il racconto di un sogno. E mi sono appassionata e divertita leggendo del sogno rincorso nel libro, che ha risvegliato un sogno che io stessa, ma tutti quanti noi, abbiamo rincorso e vissuto. E mi ha ricordato di manie assurde, di gesti scaramantici, di persone ormai andate, delle domeniche in famiglia (le domeniche di un tempo e le famiglie di un tempo!), di tachicardie, di liti furiose, di notti insonni, di bandiere appese ovunque e bandiere messe a riposare come anime vive. Alla fine ho capito che possono cambiare i colori, ma i tifosi veri sono tutti uguali, “megalomani e romantici”, desiderosi di vivere più intensamente, di condividere la gioia e, quindi, di fare rumore.
La gioia fa parecchio rumore trasuda vita a ogni pagina, ci richiama ai valori essenziali, ci ricorda che la vita è bella, anche quando è dura.
Furono senz’altro i giorni più belli di sempre. Ed era meraviglioso che i giorni più belli venissero uno appresso all’altro, non facevi in tempo a viverne uno che ne arrivava un altro più bello ancora. Ogni tanto qualcuno diceva: «Mo pozzo puro morì». Ma non moriva, anzi viveva, viveva come non aveva mai vissuto, rideva, mangiava cantava insieme agli altri. Mai avevo visto un sentimento solo stare ovunque così in quel modo.
La tristezza è muta, va bene, ma la gioia fa parecchio rumore.
Eravamo megalomani e romantici. Eravamo romanisti.
Lia Amen




