Di migranti e carta da parati – His House
Titolo: His House
Anno: 2020
Regia: Remi Weekes
Genere: Horror, Thriller
Interpreti: Wunmi Mosaku, Sope Dirisu, Matt Smith
Durata: ’93 minuti
Distribuzione: Netflix
Nell’interpretazione dei sogni, freudiana e non, la casa rappresenta la proiezione che il sognatore ha di sé stesso. La proprietà di una casa è, per la società occidentale, un punto di arrivo cruciale come affermazione di sé, nella vita di una coppia ma anche di un singolo.
His House è stato presentato al Sundance Festival a Febbraio 2020 e il successo di pubblico e critica è stato pressoché immediato. Il film racconta la storia di Rial e Bol, una coppia che dal Sudan migra verso il Regno Unito. Dopo un atroce viaggio, pieno di momenti dolorosi, i due finiranno in un centro rifugiati a Londra.
A Rial e Bol verrà assegnata una casa popolare, che non brilla certo per raffinatezza ma è un inizio. È l’inizio di un sogno e di un incubo.
Il quartiere è inospitale, loro sono visti con diffidenza dai vicini e non mancheranno episodi di razzismo. Ad aggiungere tensione alla situazione ci si mette la casa, che con rumori inquietanti, carta da parati che marcisce e voci che vengono dai muri, sembra non volere ospiti al suo interno, di nessun tipo.

Lo scontro culturale è un passaggio chiave.
Non fatevi ingannare, His House potrebbe sembrare a prima vista il classico horror con la casa stregata ma non è così. Il film è a informazione completa, non ci sono sorprese, Rial spiegherà dopo poco tutto quello che sta succedendo all’interno della casa e il perché.
Ci sarà una vera e propria spaccatura tra Bol, che vuole assolutamente integrarsi e ignorare ciò che di soprannaturale sta accadendo, e Rial che abbraccia le tradizioni tribali e il folklore africano perché vuole rimanere ancorata alla sua “vera” casa, sconfiggendo l’entità maligna che alberga l’inospitale immobile.
Nonostante sia uscito nel 2020 His House sembra uscito dalla mente di Lucio Fulci. Per tutta la durata del film cammineremo in bilico tra il sogno (più l’incubo) e la realtà. Rial e Bol condividono un segreto che li divora e che intacca la casa, che lentamente cade a pezzi portando alla pazzia i due inquilini.
La regia di Remi Weekes è asciutta nel raccontare l’orrore vissuto dai protagonisti. Non ci sono jump scare e quei pochi non sono accompagnati da rozzi picchi acustici. Sarà soltanto ciò che vediamo sullo schermo a perturbarci. La luce è un’altra protagonista chiave del film, ricco di chiaroscuri mossi da lumi di candela e lampadine fulminate. Inutile dire che dove c’è la luce c’è anche l’ombra, traete le vostre conclusioni.
La narrazione ha un’incedere lento ed elegante, l’orrore che si spalanca intorno ai protagonisti cammina parallelo all’angoscia che li divora da dentro. Nella prima parte del film è impossibile non trovare richiami letterari ai due soliti sospetti, Poe e Lovecraft. Con lo svilupparsi della trama la mostruosità della guerra nel Darfur cambierà radicalmente la storia rendendola più realistica di quanto potrebbe sembrare.

L’orrore ci sarà e non saprete da dove arriverà.
His House è un film sul rimorso, sulla colpa, sulla negazione. Difficilmente un film di genere è così intenso, ricco di contenuti e interpretazioni possibili nonostante la rigida componente soprannaturale. Se amate l’horror girato con classe questo è il film che fa per voi.
Francesco Papadia



