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Published on Dicembre 10th, 2019 | by Fabio D'Angelo

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Dì la verità anche se la tua voce trema – Daphne Caruana Galizia

dì la verità anche se la tua voce trema

Daphne Caruana Galizia, dì la verità anche se la tua voce trema, Bompiani collana Munizioni

Tre manifesti 

Siete fra quelli che hanno visto il film Tre manifesti a Ebbing, Missouri e, per pura coincidenza, vi siete trovati a Malta in vacanza all’inizio del 2018? Allora avrete, con buona probabilità, colto il riferimento cinematografico legato all’iniziativa di #occupyjustice, un movimento non politico che in quel periodo ha deciso di tappezzare come nel film l’isola con manifesti indirizzati al primo ministro per chiedere le dimissioni del capo della polizia e del procuratore generale.

Daphne Caruana Galizia

Il movimento rivendicava giustizia per Daphne Caruana Galizia, la giornalista cinquantatreenne uccisa pochi mesi prima – il 16 ottobre del 2017 – dall’esplosione di un’autobomba piazzata sotto la sua Peugeot 108. Da lì e grazie a numerose mobilitazioni collettive, la vicenda di Daphne Caruana Galizia ha assunto dimensioni internazionali. A due anni esatti dalla sua morte, Bompiani ha scelto di inaugurare la neonata collana “Munizioni” (curata da Roberto Saviano) con il libro Dì la verità anche se la tua voce trema della giornalista maltese. Si tratta di una raccolta dei suoi articoli più rilevanti, pubblicati in circa trent’anni di carriera, dapprima sui principali quotidiani maltesi – Sunday Times e il Malta Indipendent – e poi, dal 2008, sul suo blog Running Commentary, dove Caruana Galizia pubblicava inchieste coraggiose ed editoriali sulla politica locale. È il libro a cui la giornalista stava lavorando prima che il tritolo la uccidesse e l’Italia è il primo paese a tradurlo.

Panama Papers

Non scopriremo mai la verità, a meno che non continuiamo a inseguirla

Daphne, dicevamo, viveva a Malta, questo piccolo arcipelago posto al centro del Mar Mediterraneo, tra la Sicilia e l’Africa, che si estende per poco più di 300 chilometri quadrati e su cui vivono quattrocentocinquantamila abitanti. Ma non fatevi ingannare dalle dimensioni, perché lo stato più piccolo d’Europa è forse il più importante crocevia di affari illeciti legati alla finanza internazionale. Dopo la laurea in archeologia, Daphne decise di occuparsi di giornalismo, dimostrando da subito il suo coraggio e la sua bravura: fu la prima giornalista a firmare gli articoli con il proprio nome e aveva un fiuto eccezionale per le notizie. Fu anche la prima infatti a domandarsi il perché migliaia di aziende provenienti da tutto il continente spostassero la propria sede legale a Malta e perché l’Europa intera non facesse nulla a riguardo, visto che questo esodo provocava una perdita di circa due miliardi di euro all’anno di tasse. Insomma, Caruana Galizia fece quello che diceva di fare Falcone –  Follow the money –  seguì i soldi e trovò la corruzione. Individuò l’esistenza di un filone maltese dello scandalo “Panama Papers” – i documenti riservati che avevano rivelato una rete internazionale di società offshore e i loro beneficiari –  animando l’inchiesta nota come “Malta Files”. In particolare, Daphne – che da anni si occupava sul suo blog, Running Commentary, della corruzione sull’isola – sei mesi prima di morire, scovò tra le migliaia di società offshore registrate a Panama, una, la Egrant Inc, appartenente a Michelle Muscat, la moglie del primo ministro. Su questa società erano giunti bonifici consistenti –  circa un milione di dollari – da parte della Al Sahra FZCO, una offshore appartenente a Leyla Aliyeva, figlia del dittatore dell’Azerbaigian Ilham Aliyev. A chiudere il cerchio, il fatto che il governo azero aveva firmato diversi accordi in campo energetico con il governo maltese. Diede inoltre un altro importante contributo all’inchiesta internazionale “Panama Papers”, svelando come anche Keith Schembri, capo di gabinetto del premier Muscat, e Konrad Mizzi, ministro dell’Energia del governo dell’epoca, fossero a loro volta proprietari di società offshore in paradisi fiscali. Lo scandalo portò Muscat a chiedere le elezioni anticipate, che poi vinse.

Ma Daphne fu assassinata e le sue indagini arrivarono soltanto fino a un certo punto.  Dopo la sua morte le inchieste sono state  portate avanti da altre testate internazionali – come Reuters e L’Espresso – con il risultato di spingere la magistratura ad accusare Yorgen Fenech,  rampollo di una delle  famiglie più potenti di Malta, di aver pagato tangenti a esponenti del governo – Keith Schembri e Konrad Mizzi- in cambio di una concessione per costruire una centrale elettrica. Daphne aveva ragione.

Daphne è mia sorella.

La sola ragione per cui trent’anni di tentativi di intimorirmi fino a schiacciarmi non hanno funzionato è il mio carattere. È nella mia natura pensare in questi termini: “fate del vostro peggio, bastardi, finché non vi rimarrà altra scelta che mettere una taglia sulla mia testa. Vediamo fin dove vi porterà la vostra ossessione”.

Avevano ragione anche quelli che non si sono mai accontentati di vedere sul banco degli imputati solo gli esecutori materiali dell’omicidio della giornalista, tre balordi usati dal governo per derubricare la vicenda a una questione di criminalità comune. Una moltitudine sempre più crescente di persone iniziò ad assediare pacificamente sia il palazzo del governo progettato da Renzo Piano che quello di Giustizia con manifestazioni e flashmob. Da allora nella piazza di La Valletta tra la fiancata della Cattedrale di San Paolo ed il palazzo di giustizia, sotto il monumento dell’Assedio, ogni sedici del mese la gente si ritrova per lasciare fiori, candele, manifesti, libri in memoria di Daphne Caruana Galizia.

Daphne Caruano Galizia - Monumento dell'Assedio

Monumento di Antonio Sciortino per commemorare il Grande Assedio del 1565

Sempre a La Valletta, durante la manifestazione del sedici ottobre di quest’anno per i due anni della morte della giornalista, Don Luigi Ciotti ha pronunciato queste parole: “Daphne è mia sorella. Davanti ai morti abbiamo l’obbligo del silenzio. Davanti ai potenti il dovere di alzare la voce e sporcarci le mani”. Cogliendo perfettamente il punto, perché parafrasando Rino Gaetano, Daphne è stata per lungo tempo una “sorella unica”. La ragione è racchiusa in quell’orrendo meccanismo piuttosto comune che scatta in questi casi, per cui: qualunque sia il ruolo nella società – giornalista, poliziotto, magistrato, politico, semplice cittadino –  chi si espone non inizia a morire quando messo davanti a un evento, una notizia, una scelta complessa, decide di mostrare coraggio e non arretrare, non fare il passo indietro, non abbassare il capo o voltarsi dall’altra parte. Le persone iniziano a morire quando poste di fronte al meccanismo di delegittimazione – che prima o poi arriva, siatene certi  – e finiscono col trovarsi sole. A Daphne è successo questo: fu isolata con l’accusa di diffamare Malta, di distorcerne l’immagine, di danneggiare il turismo. Fu dipinta come una strega, come una donna “facile” che andava con molti uomini. Fu intimidita, minacciata di morte: sgozzarono i suoi cani e diedero fuoco alla porta di casa. A causa  della campagna di delegittimazione, iniziò a essere profondamente odiata e per questo subì aggressioni e tentativi di linciaggio. Ma non indietreggiò di un millimetro, neanche quando cercarono di metterla spalle al muro attraverso la leva economica, sommergendola di innumerevoli cause per diffamazione – un finanziatore del partito laburista presentò una denuncia per ciascuna delle diciannove frasi contenute in un singolo post del suo blog –  e facendole congelare il suo conto in banca. Lei non arretrò mai ed ebbe anche la forza di bloccare tutta la merda che gli pioveva addosso fuori la porta di casa, preservando così, in modo miracoloso, la sua vita privata e la quotidianità della sua famiglia.

L’altra Daphne

Ci sono alcuni espedienti che rendono molto più semplice lavorare di notte per rispettare le scadenze: una caraffa di Pimm’s fatto con le more di gelso, che in questo periodo cadono dagli alberi di Bidnija, e la musica di Neil Young, che mi fa cantare (davvero male) da quando avevo sedici anni.

Daphne Caruana era una madre, capace come tante di conciliare lavoro e famiglia. Era una persona dotata di uno straordinario sentimento di umanità che la spinse più volte a urlare contro l’ipocrisia della chiesa e i rigurgiti neonazisti, mettendosi per questo in difesa delle minoranze, dei migranti in mare che raggiungono le coste dell’isola e delle donne sottomesse: gli uomini gay hanno molto da imparare dalle donne etero. Le donne etero hanno subito abusi, violenze, prepotenze, molestie, sono state messe al rogo, annegate, lapidate, imprigionate nelle loro case, picchiate, private dei diritti e della libertà e persino dei figli e del voto, sin dall’alba dei tempi e quasi certamente da prima ancora.

Daphne era soprattutto una donna libera, brillante, di spirito, che amava la vita e la natura. In grado, per questo, di trasmettere le sue passioni attraverso uno spazio che si era ritagliato per essere libero da brutture. In cui a traboccare non fosse il marcio, ma la bellezza. Curava due riviste Taste e Flair – in seguito fuse in Taste&Flair –  in cui scriveva di giardinaggio, di arredamento, di fiori, di cucina e di arance maltesi. Cucina e arance spesso nello stesso articolo. Beh sì, giuro che proverò a fare il liquore di fiori d’arancio con una sua ricetta.

Amare le parole

Io sono una donna e loro non sono abituati alle donne che non rimangono al posto che sono convinti una donna dovrebbe occupare.

Il sedici ottobre del 2017, pochi minuti prima di morire, sul suo blog scriveva così:”Ci sono corrotti ovunque si guardi ora. La situazione è disperata”. Posta l’articolo, esce, mette in moto e parte. Dopo pochi metri, l’esplosione. Daphne aveva cinquantatré anni. Poco più di una settimana fa, Yorgen Fenech, quel Fenech accusato di aver corrotto membri del governo maltese, è stato incriminato come mandate dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia. Il cerchio forse si chiude. La notizia porta alle dimissioni dei ministri Cardona e Mizzi e di Schembri, capo gabinetto del premier. Lo stesso Muscat ha annunciato le sue dimissioni per l’inizio di gennaio 2020. Forse il cerchio si è chiuso. Chissà.

L’unica cosa certa è che leggendo questo libro, non potrete far a meno di rispettare e amare ogni singola parola contenuta in Dì la verità anche se la tua voce trema, perché intrisa di vita e di morte. Parole come munizioni, proiettili capaci di essere più forti della violenza e della prevaricazione. Parole come coraggio, in grado di rompere gli schemi per disubbidire al potere. Parole come verità, conoscerla ci renderà liberi. Parole come donna, madre, giornalista: Daphne Caruano Galizia.

Fabio D’Angelo

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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