Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena di Michelle Steinbeck
Fin dal titolo di questo romanzo d’esordio dell’autrice svizzera Michelle Steinbeck, edito per i tipi di Tunué a cura di Vanni Santoni e Giuseppe Girimonti Greco, si comprende la proteiforme natura della storia e della prosa dell’autrice.
La protagonista e voce narrante Loribeth, frustrata per una sorta di blocco della scrittura, vera e propria metafora dell’angoscia esistenziale, dopo essersi macchiata di un delitto (la morte di un bambino) parte alla ricerca del padre che l’ha abbandonata anni prima. Questo viaggio si connota fin dal principio di valenze metafisiche e surreali, a cominciare dal bagaglio che Loribeth si porta dietro: in una valigia c’è il cadavere del bambino. Cadavere che sembra, però, tutt’altro che morto…
L’avventura odeporica della nostra anti-eroina, che non a caso è stata paragonata all’Alice di Carroll, o meglio ancora ai personaggi visionari e macabri scaturiti dall’occhio di Tim Burton, è costellata da episodi caratterizzati dal non-sense e da una violenza al contempo angosciante e ironica che si rifanno alla migliore tradizione surrealista, dal cinema di Buñuel al teatro di Čapek.
Insomma una struttura classica che rielabora le tappe teorizzate da Campbell e Vogler nei loro lavori sugli archetipi del “viaggio dell’eroe” ma che si fonde con una prosa caratterizzata da immagini lisergiche, rese, però, attraverso uno stile terso e tagliente, a tratti crudo che ricorda le migliori pagine della Trilogia della città di K di Agotha Kristoff. Basti pensare alla scena nel ventre della balena di biblica memoria.
Sullo sfondo un’ambientazione altrettanto allucinata che vede il susseguirsi cittadine mitteleuropee post-belliche, isole squassate dalle maree, costruzioni fatiscenti, e fondachi ammuffiti senza soluzione di continuità. La Steinbeck ci dipana davanti agli occhi dei tableau vivant a volte commoventi, altre evocativi, a tratti addirittura granguignoleschi che contribuiscono allo straniamento del lettore e di Lisabeth nel labirintico universo in cui si (e ci) muove.
Precipue e seminali sono le tematiche affrontate nel testo, a cominciare da quella familiare. Il ménage tra Lisabeth, il suo sadico e dispotico fratello e i suoi genitori (prima dell’abbandono del padre) è ricostruito tramite un sapiente uso dei flashback, che spesso trasfonde passato e presente, immaginazione e (sur)realtà in una sorta di dissolvenza sfumata (e non a caso, le continue sbuffate di sigarette sono un leit-motiv che caratterizza tutti i personaggi).
Altra tematica portante è l’amore: Lisabeth si divide tra il vagheggiamento del conturbante Alexander “l’uomo chiaro”, e la routine quotidiana con Fridolin e sua sorella Mabel, nei cui toni conturbanti fino alla morbosità sembrano riecheggiare certi capitoli de L’uomo senza qualità dedicati al rapporto tra Urlich e sua sorella Agathe.
Con un andamento profetico, l’autrice costruisce un labile equilibrio tra agguato ed epifania, dove si susseguono mostri esterni (il rettile della vecchia cartomante, gli alani che perseguitano il bambino/cadavere) e demoni interiori in un continuo alternarsi di spinte centrifughe (le peripezie della protagonista) e centripete, il continuo interrogarsi di Lisabeth sul senso della vita, dell’arte, e della scrittura. In un connubio dove non è più possibile, e forse neppure importante distinguere sogno dalla realtà, vero dall’immaginario. Perché “non abbiamo nient’altro che noi stessi, ma cosa possiamo dare l’uno all’altra senza le nostre opere, senza siamo il nulla, siamo vuoti”.
Giancarlo Marino




