Il cefalo coreano – Seopyeonje e lo spirito Han
Im Kwon Taek
Im Kwon Taek è da molti ritenuto il maggiore registra della Corea del Sud. L’enorme successo dei protagonisti di quello che alcuni oggi definiscono un ‘nuovo rinascimento del cinema coreano’, dei quali il pluripremiato Bong Joon Ho rappresenta il capofila, potrebbe mettere in discussione questa affermazione.
Tuttavia, Im Kwon Taek è senza ombra di dubbio colui che meglio ha saputo interpretare lo spirito Han (한) del popolo coreano. Questo autore ha infatti girato una enorme quantità di film, molti dei quali ispirati alla tradizione e in particolare al canto tradizionale p’ansori (판소리).

Im Kwon Taek
Seopeonje
Nel 1993 il suo capolavoro Seopyeonje (서편제), tratto dall’omonimo romanzo di Yi Cheong Jun (e purtroppo ancora non tradotto in italiano), ebbe l’effetto di smuovere l’orgoglio nazionale, narrando di un passato dimenticato e della bellezza di aree rurali abbandonate. Il fascino dei tempi andati e la malinconia verso una autenticità tutta coreana che stava svanendo, ma che in questo film viene rappresentata in maniera vivida e appassionata, riuscirono a portare in sala oltre un milione di spettatori: è il primo film sud-coreano a ottenere tale risultato. Inizia così una ricerca verso “ciò che è nostro”, verso la tradizione che era stata momentaneamente messa da parte nel processo di modernizzazione, industrializzazione ed occidentalizzazione della nazione.

Lo spirito Han (한)
Han è un concetto in realtà abbastanza recente. Nasce nel XX secolo, come conseguenza della sofferenza del popolo sotto l’occupazione giapponese e dal trauma della divisione della patria. Si tratta di un sentimento di dolore condiviso, associato alla produzione artistica della Corea nel Novecento e poi diventato un elemento essenziale dell’identità coreana.
In epoca coloniale il critico d’arte giapponese Sōetsu Yanagi scrisse “La lunga, difficile e dolorosa storia della Corea è espressa nella solitudine e nella tristezza nascoste della sua arte. Ha sempre una bellezza triste e una solitudine che ti porta alle lacrime. Quando la osservo, non riesco a controllare l’emozione che mi riempie il cuore. Dove altro posso trovare una simile ‘bellezza del dolore’ (悲哀の美 Hiai no bi)?”
Sotto il regime militare di Park Chung Hee (박정희) degli anni Settanta, Han si trasformò da sentimento personale di dolore e risentimento in un’esperienza più ampia e nazionale di senso di pena e ingiustizia.
Emerge nell’Han un desiderio di riscatto e di rivalsa, oltre che resilienza.
Il grande poeta contemporaneo Ko Un ha affermato che “Noi coreani siamo nati dal grembo dell’Han e allevati nel grembo dell’Han”.
Ritroviamo il concetto di Han nei proverbi in riferimento alle donne e alle classi più basse della società, ed alle sofferenze da queste patite nel sistema patriarcale di stampo confuciano.
L’idea di Han in Seopeyongje
Tornando a Seopyeonje, questa idea di Han si manifesta nelle amare vicende di vita degli abitanti di una Corea la cui identità stava mutando, costretta a dover affrontare l’inesorabile processo di modernizzazione che l’ha portata a entrare a pieno titolo tra le Tigri e i Dragoni d’Asia, le economie più prospere di questo continente. In questo scenario in costante mutamento si muovono degli esuli, gli ultimi nella società: un cantante girovago, le cui performance sono ormai considerate obsolete rispetto alle mode più attuali e alla musica che viene dall’estero. Con lui viaggiano due orfani: del maschietto sappiamo che è il figlio di una donna da lui amata ma che ha tristemente perso la vita, mentre l’identità della bambina resta avvolta nel mistero. L’uomo li alleva sfamandoli d’arte: quella tradizionale del p’ansori. Lei è destinata a diventare una cantante di p’ansori, lui il percussionista che con il suo tamburo accompagnerò ogni verso intonato da lei.
Il canto p’ansori
Nel corso del film, il canto p’ansori si fonde con gli ameni paesaggi della campagna coreana e i suoi suoni, come il cinguettio degli uccelli, il fruscio delle foglie, il crepitio della pioggia, il frinire delle cicale, lo scroscio di un ruscello o di una cascata. Il p’ansori, dichiarato patrimonio dell’UNESCO nel 2003, è infatti un canto unico al mondo, caratterizzato da una grande variazione di tonalità e una sonorità che trae ispirazione direttamente dalla natura e dai suoi suoni. L’armonizzazione tra voce umana e suoni del mondo circostante avviene in una maniera così spontanea da sembrare naturale. D’altra parte, se guardiamo anche alle arti figurative coreane ci rendiamo conto che il senso di bellezza in questa cultura è intrinsecamente legato a un senso di armonia con la natura. E come gli artisti salivano sui monti per realizzare i loro dipinti immersi nella fonte primaria della loro arte, così i sorikkun (cantanti di p’ansori) salivano sui monti per sfidare lo scroscio delle cascate con la loro voce. Quest’ultima è una tradizione che rimane ancor oggi, come ci ha rivelato la cantante Kim Jung Min, durante l’intervista che ci ha dedicato in occasione del tour italiano dello scorso inverno.
Il p’ansori è stato sviluppato nel XVII secolo e probabilmente ebbe origine nei canti rituali che le mudang, le sciamane coreane, utilizzavano per comunicare con le divinità. Accompagnato da un percussionista che suona il tamburo buk (북), un cantante detto sorikkun (소리꾼) racconta storie della tradizione ben note a tutti i coreani che assistono allo spettacolo. Il coinvolgimento con i presenti allo spettacolo è tale che questi non si trattengono dal lanciarsi in euforiche danze al ritmo della musica, o dal ribattere alle parole del sorikkun con qualche espressione di approvazione, come un그렇지! “giusto!”, o un 좋다! “bene!”.
La storia di Seopyeongje come la vita umana
Dalla gioia, la gaiezza e la spensieratezza, alla rabbia per le ingiustizie della vita, per poi passare alla tristezza e al pianto per la perdita di una persona cara, o della propria patria, finanche alla perdita di una parte di noi che il tempo, inesorabilmente, ci porta via: la storia di Seopyeongje procede inesorabile come la vita umana, e come quest’ultima mostra le tante contraddizioni che rendono gli umani esseri splendidi e al contempo terribili. Mentre queste emozioni scorrono, una dopo l’altra sullo schermo, i nostri occhi si perdono nella sublime bellezza della campagna coreana. Seopyeonje è presente in versione integrale, con sottotitoli in italiano, sul canale YouTube di Korean Classic Film. Il suo seguito, Beyond the Years (천년학, 2007), che racconta la storia dalla prospettiva del percussionista e fratellastro della protagonista inSeopyeonje, è presente nel catalogo di Prime Video.
Articolo a cura di Sara Bochicchio



