La fabbrica di plastica – Gianluca Grignani
Grazie per l’amore al gasoline, non l’avevo mai considerato.
Aveva commosso il pubblico femminile a Sanremo con una canzone sul male di vivere. Aveva fatto sognare le ragazzine da Cioè con la presunta storia d’amore con Ambra. Aveva rilanciato la moda del maglione. Aveva venduto milioni di dischi e stravinto il Festivalbar. Aveva indicato la strada per il successo ad emuli dalla bella chioma come Massimo Di Cataldo e I Ragazzi Italiani. Infine, dopo un periodo di latitanza, era tornato (l’anno era il 1996) per spezzare il cuore delle ragazzine da Cioè (a cui doveva il successo) con il suo nuovo lavoro, La fabbrica di plastica. Ebbene si, Grignani era cambiato. Aveva tagliato i capelli ed abbandonato i maglioni per le più pregnanti magliette scambiate con la varichina. E soprattutto, dopo aver scoperto The Bends, era uscito con un lavoro bello e sorprendente. Un album pieno di John Lennon, Radiohead, riffoni di chitarra, delay e tanta rabbia adolescenziale (“grazie per aver distribuito questo grande sogno impacchettato”, canta nella title track). Tanto sorprendente da lasciare spiazzati anche quelli a cui era potenzialmente rivolto che, nonostante la copertina verde acido, lo videro come un corpo estraneo. E così Grignani si ritrovò a vagare in un mondo di mezzo, rifiutato sia dalle ragazzine con i cuori infranti che dagli ascoltatori di TMC2.
Eppure, col senno di poi, sfruttando la notorietà conquistata con l’album precedente, questo lavoro avrebbe potuto illuminare un mondo, quello del cosiddetto underground italiano, che in quel periodo aveva sformato capolavori assoluti come Hai paura del Buio?, Il Vile e Linea Gotica. I tempi erano maturi per un salto verso un pubblico meno di nicchia, come lo dimostrerà qualche anno il successo dei CSI con Tabula Rasa Elettrificata. L’album arriverà in testa alle classifiche di vendita, rendendo per un brevissimo periodo l’alternativo mainstream. Del disco di Grignani, invece, non fu apprezzata l’eccessiva voglia, quasi ingenua e adolescenziale, di trasparenza e verità. Da questo punto di vista il titolo dell’album era abbastanza eloquente: plastica come fabbrica di un mondo finto.
Un peccato se consideriamo la presenza nel disco di pezzi come Solo cielo, una disarmante ricerca di verità che inizia così: “Dio non vive qui con me, ma dovevo immaginarmelo”.
O, per rimanere in tema di religiosità, + famoso di Gesù, in cui è meglio soffermarsi sulla citazione lennoniana, anziché approfondire il tema della “lei” della canzone. O L’allucinazione, un gran bel singolo radiofonico, di cui mi piace ricordare un interessante duetto con Carmen Consoli. O dei momenti in cui il tormento interiore diventa quasi oppressivo, come in Galassia di melassa o nel Il mio peggior nemico.
La fabbrica di plastica rappresenta, forse, l’estremo tentativo di un artista di mostrarsi per quello che è: un ragazzo tormentato, debole, e perennemente in bilico tra le sue personalità (non a caso nel video de La fabbrica di plastica indosserà anche la maschera di Jocker).
Un disco che è quasi una ricerca di stabilità, o comunque di una civile convivenza fra il ruolo assegnato della rock star e quell’essere normale (Io vengo dalla fabbrica di plastica/dove mi hanno ben confezionato/ma non sono esattamente uscito/un prodotto ben plastificato), prima che questo conflitto non diventi male di vivere.
Fabio D’Angelo
TRACKLIST
- La fabbrica di plastica
- + famoso di Gesù
- Solo cielo
- Testa sulla luna
- Fanny
- L’allucinazione
- La vetrina del negozio di giocattoli
- Galassia di melassa
- Rock Star
- Il mio peggior nemico
Summary:




