Film Us (Noi) recensione di Davide Predosin

Published on Maggio 6th, 2019 | by Davide Predosin

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Us (Noi)

Titolo: Us (Noi)

Regia: Jordan Peele

Genere: thriller, horror, noir

Durata: 116 minuti

Lingua originale: inglese

Cast: Lupita Nyong’o, Winston Duke, Elisabeth Moss, Tim Heidecker, Yahya Abdul-Mateen II

Produzione: Universal Pictures

Anno:  2019


Una bambina incontra il proprio doppio in una casa degli specchi e rimane traumatizzata. A distanza di trent’anni, tornata nella stessa località di villeggiatura, deve fare i conti, oltre che con quello stesso doppio – ormai afono, alienato e malintenzionato – anche con i doppi di ogni membro della propria famiglia; nonché con quelli dei membri della famiglia dei vicini venuti anche loro, diciamo, a batter cassa.  Oltre a cercare di salvare la pelle dovrà ricordare cosa è successo davvero in quel lontano 1986.

In Us, noi (o United States), le figure paterne, uomini tra i trenta e i quarant’anni, neri o bianchi che siano, sono mediocri esponenti di una indefinita classe media americana o piccola borghesia da passeggiata al centro commerciale; in “amicale e cortese” competizione gli uni con gli altri: per chi ha la barca, la casa, la pelle (leggi chirurgia estetica), le automobile migliori. “Sfigata”, nel senso di mediocre e coatta,  appare anche la generazione che li ha preceduti, incarnata dalla figura del padre della protagonista ubriaco alle giostre. Queste le prime osservazione sull’ultimo atipico horror di Jordan Peele alla sua seconda prova dopo Get Out- Scappa dell’anno scorso.

Come nel film precedente, si tratta di un film di genere, come si dice,  di ampio respiro, in cui, come nei più virtuosi classici casi, violenza e paranormale alludono quasi sempre a conflitti interiori o, detta in maniera più ottocentesca e letteraria, al male che alligna in ognuno di noi. Nel film, in ogni americano – e americani si definiscono scopertamente gli stessi doppi interrogati dagli attoniti protagonisti che li fissano come davanti ad uno specchio. La minaccia, per i protagonisti, è quindi costituita dai protagonisti stessi più inquietanti e spaventosi anche se, per quanto terribili siano le situazioni raccontate, vengono di quando in quando stemperate da eleganti incursioni in un registro più comico e grottesco.

Il doppio del padre, per esempio, è una specie di babbeo catatonico, che, sì,  è arrivato con cattivissime intenzioni ma, tutto sommato, non sembra in grado di attuarle tanto facilmente. Per inciso, spoilerando, il padre è in grado di neutralizzare solo il proprio doppio e quando finalmente la famiglia riesce a scappare, la figlia dodicenne fa valere il proprio diritto a guidare la macchina per la fuga: essendo riuscita a rendere inoffensivi anche i doppi dei vicini bianchi e soprattutto i doppi delle figlie gemelle stronze.

A questo proposito è giusto ricordare che i bambini, rispetto agli adulti, nel film, sono gli unici a dimostrare, diciamo, maggior dimestichezza nel gestire la propria nemesi e le nemesi degli altri; soprattutto il figlio più piccolo, Jason. Banalmente, forse, per quanto anagraficamente meno consapevoli, o forse proprio per questo, sono naturalmente più in contatto col proprio inconscio e quindi col proprio doppio.

Nei giorni in cui si può ammirare la prima foto dell’ombra di un buco nero lontano sessanta milioni di anni luce dalla terra, vedere un film sulle “ombre,” costruito evocando rimozioni collettive e individuali, mi sembra molto interessante oltre che buffo. Tra l’altro, a proposito di adulti e generazioni intere di falliti: non sono solo le figure paterne di quella classe media qualunquista a essere prese di mira, no no, è interessante notare che anche il  fricchettone che, il giorno in cui la protagonista bambina si perde nella casa degli specchi,  mostra un cartello in cui viene nominata la profezia bibilica di Geremia 11:11  – perciò così parla l’Eterno: ecco, io faccio venir su loro una calamità alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò – anche quello stesso fricchettone che negli anni 80 ammoniva le famiglie borghesi americane alle giostre in pieno liberalismo reaganiano yuppie, e più esattamente nell’anno in cui veniva organizzato l’evento Hands Across America che voleva esprimere retoricamente una volontà di cambiamento e di  solidarietà e lotta alle diseguaglianze sociali – anche quello stesso fricchettone, trent’anni dopo, lo ritroviamo agonizzante, soccorso da un’ ambulanza, vittima forse di quella stessa profezia evocata, altro esempio di adulto fallito, forse tossico, ubriaco e/o  senza fissa dimora.

E così, al netto di ricami e considerazioni pertinenti sulla figura del doppelgänger, in cui non so, né voglio entrare, per ignoranza e indolenza – sia dal punto di vista cinematografico che da quello letterario; mi sembra che la metafora sia abbastanza chiara semplicemente citando Romero: quando non ci sarà più posto all’inferno i morti cammineranno sulla terra.

In questo senso il ritorno sulla terra dei doppi rimossi rappresenta anche e soprattutto le coscienze tradite di un paese che aveva organizzato e forse creduto a un continentale scambiamoci un segno di pace, e si ritrova, dopo trent’anni, governato da Donald Trump e con la più alta percentuale di popolazione carceraria del mondo e in cui, a sua volta, la percentuale di afroamericani (30% sull’intera popolazione) si aggira attorno al 60%. E la cosa più triste e deprimente non è nemmeno questa, la cosa più triste è che la nuova piccola classe media, nera o bianca che sia – gli esempi nel film sono perfettamente speculari – Tim Heidecker, l’attore che interpreta il bianco, è forse solo più volgare, antipatico e cafone dell’amico nero interpretato da Wiston Duke – la cosa ancora più deprimente e comica insieme, per chi ama ridere anche di ciò che è autenticamente stupido e patetico, è che di fronte a uno scenario apocalittico di doppi che tornano per rivendicare il proprio diritto a esistere, questa classe mediamente benestante e mediamente istruita non abbia idee migliori che chiudersi in casa a “costruire trappole”: come in Mamma ho perso l’aereo. Gabe, infatti, il marito della protagonista, cita proprio il film come un realistico modello di comportamento. E a qualcuno potrà non piacere l’irruzione di un elemento comico di questa portata in un momento di tensione del genere, ma si tratta solo apparentemente di una boutade idiota: a pensarci bene, in un epoca di recupero e retromania ossessivo compulsiva e nostalgica e sempre più vuota e autoreferenziale, si tratta di un’uscita iperrealistica, qualcosa che, in maniera drammatica, potrebbe sul serio uscire di bocca a un personaggio del genere, anche in una situazione estrema di quel tipo. Davanti all’orrore, anche se istruiti, potrebbe anche darsi che esistano individui così stupidi e con un immaginario così povero da uscirsene con una stronzata del genere perché, sembra dirci Peele, non siamo più nemmeno capaci di provare disagio per la nostra condizione, figuriamoci orrore.

E nella famiglia bianca le cose non vanno certo meglio. Josh Tyler, Tim Heidecker, è troppo spavaldo e altrettanto stupido anche solo per rendersi conto dell’imminente pericolo, e si limita a rendersi ridicolo sfoggiando in maniera spaccona il proprio assistente vocale mentre la moglie, poco dopo agonizzante, e già col sangue che le risale in gola, chiede alla stessa new generation electronic device di chiamare la polizia. Non riuscendo a scandire bene le parole,  la stessa new generation electronic device capisce di mettere la canzone  Fuck the Police dei Niggers With Attidude.

Applausi.

Per fortuna, e questo è almeno lo spiraglio di speranza che ci lascia Peele nel film, le nuove generazioni, quantomeno quelle incarnate dai figli della protagonista – generazioni immaginarie forse, proiezione di un desiderio, augurio per il futuro – sembrerebbero abbastanza sveglie: non sanno nemmeno che cosa sia Mamma ho perso l’aereo né sanno cosa siano le Micromachines citate dal padre; e soprattutto hanno un grado di promettente e malinconica introversione che li rende immuni… alle stronzate dei genitori. Capiscono bene che ai doppi le lusinghe del padre non interessano: ai doppi non interessano i soldi e nemmeno la barca che il padre, per quanto orgoglioso, è disposto a cedere per salvarsi la pelle: papà non la vuole nessuno la tua barca, gli spiegano i figli quando sembra interdetto di fronte ai suoi fallimentari tentativi di riscatto.

Infine anche le donne, nonostante abbiano subito un’educazione di merda, come nel caso della protagonista, a cui, dopo il misterioso trauma subìto, consigliano e prescrivono, psicologo in testa, di fare cose che l’aiutino a tornare se stessa e a ricordare cosa che lei in realtà non può affatto fare essendo il doppio rimosso di se stessa – le donne, quantomeno la protagonista, sembrano in grado di ingaggiare spettacolari lotte o balletti contro se stesse, e quindi sembrano portatrici di speranza per il genere umano.

Il film è ricco di riferimenti filmici e simbolici tout court, le forbici sono l’arma dei doppi e  alludono forse a una volontà di divisione e separazione; da una parte degli individui con se stessi ma anche dei legami tra di loro, nonché alla separazione dalla propria storia – e la cosa, sia chiaro, è molto più ampia della più comune rivendicazione di un regista afroamericano rispetto alle proprie origini e storia; riguarda il rimosso di tutti gli americani e ovviamente di tutti noi.

I doppi ritornano per regnare e per farlo devono sopprimere gli originali e l’uso delle forbici potrebbe alludere, oltre alla necessità di minare le basi della coesione sociale, anche a una sorta di denuncia della coesione perduta o comunque mai realizzata. Vero è che, per quanto apparentemente malintenzionati i doppi scelgano di unirsi nuovamente in un altro revenge Hands across america, vestiti di rosso, come i carcerati, gli ultimi della terra.

Davide Predosin   

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