Cereali al neon: intervista a Sergio Oricci
Realtà virtuale, arte contemporanea e dettagli fisici; questi sono gli ingredienti che Sergio Oricci mescola in Cereali al neon il suo ultimo romanzo pubblicato dai tipi di effequ, la coraggiosa casa editrice toscana che si segnala ancora una volta come una delle realtà più vivaci dell’editoria indipendente italiana.
La storia di Silvano Rei è un’odissea allucinata e allucinante tra i livelli di una videogioco esistenziale con tanto di trasformazioni fisiche e psicologiche, in un continuo level-up esperienziale. Abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con l’autore Sergio Oricci per scoprire qualcosa di più su questo magnetico romanzo.
Ciao Sergio. Benvenuto su Una banda di cefali. Il tuo romanzo è un’odissea psichedelica nei mondi virtuali. Qual è il tuo rapporto con le nuove tecnologie e qual è stato il lavoro di documentazione per scrivere il libro?
Ciao Giancarlo, grazie a te e a “Una banda di cefali” per l’invito. Cereali al neon è un viaggio attraverso la carriera di un artista che vive e lavora nella contemporaneità. C’è stato un lavoro di documentazione su diversi aspetti dell’arte contemporanea. Nel libro ci sono riferimenti più o meno nascosti che riguardano artisti più o meno conosciuti: a partire dall’esergo in cui cito un intervento di Jeremy Shaw, passando per ChiharuShiota e le sue ragnatele, il collettivo Cheryl con le feste-happening, e poi ancora Marc Quinn, Damien Hirst, Andy Warhol, la performance art. La mia esperienza diretta con addosso un visore per la realtà virtuale è limitata a un paio di occasioni durante le ultime due Biennali di arte contemporanea di Venezia. In generale il mio rapporto con la tecnologia è buono, credo. Non ci faccio troppo caso, ci vivo dentro come tutti e non ci penso spesso.
Nel libro ci sono alcune immagini ricorrenti, dettagli ossessivi di imperfezioni fisiche: diastemi, lentiggini… Da cosa nasce questo gusto quasi fotografico nello stile del romanzo che sembra scritto per quadri, anzi, per dir meglio, per singoli “frame”?
Sono le cose che noto con più facilità nelle persone. Un diastema attira la mia attenzione, sono attratto dalle lentiggini. Lo stile del romanzo è il prodotto di un lavoro che è partito dall’idea di una lingua veloce come il tempo presente, la lingua di qualcuno incapace di fermarsi, costantemente stimolato.
Se potessi scegliere il lettore ideale a cui regalare Cereali al neon, su chi cadrebbe la scelta?
Lo regalerei a Massimiliano Gioni, Francesco Bonami, Isabella Santacroce, Paola Pivi, Maurizio Cattelan, Roberto Cuoghi. Poi se venisse tradotto in altre lingue, potrei regalarlo a qualcun altro.
Silvano Rei è il protagonista di Cereali al neon. Un vero e proprio avatar intorno al quale riaffiorano, come ricordi di una memoria cancellata e difettosa gli altri personaggi ricorrenti. Parlaci della creazione di Silvano.
Ho scritto Cereali al neon in circa tre anni, ed è stata una sorta di performance. Io e Silvano Rei siamo stati la stessa persona; adesso io sono qualcun altro, probabilmente anche lui, ma Cereali al neon resta un’autobiografia di quei tre anni, tutto sommato.
Nel libro la realtà virtuale è vista come una gabbia che condanna Silvano a una inquietante solitudine esistenziale. Secondo te, quali sono i vantaggi e quali pericoli della società 2.0?
Come dicevo all’inizio dell’intervista, non penso quasi mai alla tecnologia. Questo è il mio tempo, è un tempo interessante e mi piace viverci. Silvano Rei cerca di ridefinire il presente e con esso sé stesso. Per ridefinirsi prova a evolversi, a muoversi più veloce non soltanto del tempo, ma del corpo; così veloce da lasciarlo indietro, vuoto, mentre il resto di sé corre verso una nuova fase. Il MMORPG che tu vedi come una gabbia, io lo interpreto come una liberazione. Il problema è che il corpo, anche se resta indietro, è ancora lì da qualche parte. Ed è una questione che dovrà essere superata, a un certo punto. Vivere in un corpo sta diventando anacronistico, e lo sarà sempre di più. Così come lavorare, procreare.
Tu vivi in Romania, il Paese più “occidentale” tra quelli dell’Europa orientale. Da quell’osservatorio privilegiato come vedi la situazione dell’Italia in generale e della letteratura nostrana in particolare?
Per anni ho considerato l’Italia un posto orribile dove non avrei voluto restare un giorno di più. Poi me ne sono andato davvero, e l’Italia è diventata prima un posto carino dove non sarei mai tornato, e poi un bel posto dove forse potrei addirittura vivere ancora.Per quanto riguarda la letteratura italiana, da una parte ci sono le bolle autoreferenziali all’interno delle quali si ripetono gli stessi nomi e gli stessi concetti come in una sorta di allucinazione collettiva. Poi ci sono i libri belli, e bisogna fare uno sforzo in più per trovarli.
Infine una domanda marzulliana: perché scrivi? Quali sono le ragioni alla base della tua scrittura?
Scrivo perché penso che ne valga la pena.
Intervista a cura di Giancarlo Marino.




