Recensioni

Published on Ottobre 15th, 2020 | by Noemi Borghese

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We Are Who We Are: imparare a fare fuori e dentro le recinzioni

Ideatore: Luca Guadagnino, Paolo Giordano, Francesca Manieri

Genere: Drama

Durata: 60’ (a episodio)

Lingua originale: inglese

Stagioni: 1

Episodi: 8 puntate

Cast: Jack Dylan Grazer, Jordan Kristine Seamón, Chloë Sevigny, Francesca Scorsese, Spence Moore II

Produzione: HBO, Wildside, The Apartment

Prima Tv: (Italia) 9 ottobre 2020

Netflix, ormai da anni, si è aggiudicato l’esclusiva delle serie sul mondo tumultuoso e in feroce evoluzione degli adolescenti del presente (senza mai dimenticare di strizzare l’occhio agli adolescenti di vent’anni fa).
Su questa traccia si incanala HBO, distribuendo e co-producendo We Are Who We Are, la serie di Luca Guadagnino (famoso per aver diretto il fortunatissimo Call me by your name) in onda su SKY Atlantic da ottobre 2020 (al momento sono usciti soltanto cinque episodi) e creata insieme a Wildside e The Apartment.

We are who we are

<< Americans can only be happy in America.>>

Se Call me by your name è stata la storia di un’adolescenza e di un amore cronologicamente vicini a chi la stava raccontando, We are who we are è un’opera molto più complessa se vista dagli occhi di un adulto che deve costruirla. L’adolescenza dei due protagonisti e di tutti i personaggi che vi ruotano intorno è quella del 2016, un’adolescenza lontanissima dagli occhi del pubblico, assuefatto alla narrazione macchiettistica del quattordicenne incastrato in un ruolo, seppure eccentrico, semplice da comprendere dagli adulti che si appassioneranno alle sue storie.

Complici alcuni escamotage narrativi – la cornice del non-luogo della base americana in Italia – ogni puntata scorre veloce nonostante i ritmi pigri e i colori ovattati, così lontani dalle tavolozze allegre di Netflix e molto più vicine alla palette di una stanza di una casa che non è quella in cui siamo nati.

We are who we are

<< I think they think I’m weird – does that bother you?>>

Torniamo alla storia: Fraser è figlio del nuovo colonnello della base, Sarah, che si trasferisce a Chioggia insieme alla compagna, anche lei impegnata alla base militare come infermiera. Fraser è disorientato, timido, esplosivo e nel pieno di quella fase di conoscenza del fuori-di-sé che lo porterà a trovarsi in un posto lontano da casa – New York – eppure tanto posticcio.

Caitlin, di Chicago, figlia di un americano e una nigeriana, vive con genitori e fratello nella stessa base, ed è alle prese con la trasformazione del suo corpo da bambina a signorina mentre è impegnata ad assecondare le attenzioni maschili con poca convinzione.

L’amicizia tra i due ragazzini si consolida all’interno della cornice del gruppo di coetanei (italiani e americani) che fanno quello che fanno gli adolescenti: ma niente festini con bicchieri di birra illegale in plastica rossa e polizia che irrompe dopo una segnalazione, non siamo in America anche se ci siamo dentro fino al collo. Siamo in Veneto, e qui l’alcol lo compri senza documento, diovelpaie.

Le vicende dei ragazzini si ambientano tra base e dintorni, tra i tuffi in laguna veneta, gli italianissimi autobus, il festival del paese, e il ricorrente coprifuoco morale che si portano dietro i figli di militari, che non possono sgattaiolare dentro casa di soppiatto perché ad aprir loro la porta, rigorosamente con l’obbligo di esibire il documento, c’è un uomo di turno al cancello, ben piantato a terra e col mitra in braccio, circondato da filo spinato.

We are who we are

<<Why do you read poetry? – Every word means something.>>

L’anno è il 2016 e precisamente ci troviamo durante la campagna elettorale che porterà Donald Trump all’elezione, e la U.S. Army ha implicitamente scelto da che parte stare; la difesa della democrazia e della libertà a stelle e strisce stride completamente con quello che succede fuori dagli spazi ufficiali, lontano dalle bandiere e oltre le recinzioni della base, sia che si parli delle vite dei ragazzi, che di quelle degli adulti.

La scoperta della sessualità, la spiegazione del pansessuale e del transessuale, la ricerca di significato estremo nella poesia e nella vita sempre sul confine, mai del tutto dentro né fuori, riguarda tutti i personaggi, anche se parte dai due protagonisti e si spande a macchia d’olio senza nessun superstite.

La serie, come anticipavo, non è ancora terminata in Italia anche se in America è già stata trasmessa tutta – in totale abbiamo 8 episodi – ma è piuttosto evidente dai primi minuti di visione un motivo su cui, ci scommetto, il regista ha voluto improntare tutta la narrazione: quanto poco sappiamo delle rivoluzioni del mondo in cui viviamo e quanto poco siamo preparati ad accoglierle piuttosto che esserne spaventati?

La base militare diventa la metafora di un non-luogo in cui sfogliare le pagine delle cose, farsi i muscoli e stringere i denti, e andare in battaglia per noi, per chi è con noi e per chi verrà dopo, a cui dovremo consegnare un mondo sicuramente più consapevole, e in grado di fare dentro-fuori le recinzioni senza un mitra in mano.



 

Perché guardare We are who we are?

Per Guadagnino, per Fraser e Caitlin, per le musiche, perché sono veneto, perché anche io voglio imparare a fare dentro-fuori senza mitra.

Perché non guardare We are who we are?

Perché la teoria gender non mi convince, perché l’adolescenza è sempre uguale, perché non si scherza sull’onore dei militari, perché Make America Great Again, perché che schifo le mestruazioni.

Noemi Borghese

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We Are Who We Are: imparare a fare fuori e dentro le recinzioni Noemi Borghese

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5

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Ho sbagliato tutto, fatemi scendere, voglio fare la ballerina!



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