Una voce femminile: la poetessa Moon Chung-hee
Parlerò della scrittura femminile: di ciò che farà. È necessario che la donna scriva sé stessa: la donna deve scrivere delle donne e portare le donne alla scrittura, da cui sono state allontanate con la stessa violenza con cui sono state allontanate dai loro corpi – per le stesse ragioni, per la stessa legge, con lo stesso fatale obiettivo. La donna deve mettersi nel testo – come nel mondo e nella storia – di sua iniziativa.
Con queste parole Hélène Cixousapre il celebre saggio Il riso di Medusa, un testo che esalta la capacità creativa delle donne, a lungo oppressa e regolata dal sistema patriarcale.
Le angherie subite dalle donne nelle società patriarcali sono in buona misura paragonabili a quelle sofferte dai popoli colonizzati per mano dei loro invasori. Ogni singolo aspetto della loro vita veniva regolato da altri: dal momento in cui si nasceva di sesso femminile la propria vita era segnata, la società richiedeva che queste donne si donassero agli altri: la famiglia, i mariti, i figli. Ciò accadeva in Italia così come in Corea e la maggior parte delle nazioni al mondo dove si era sviluppata una società fallocentrica.
Nella Corea di epoca Chosŏn (1392 – 1897) l’ideologia dominante era quella del Neoconfucianesimo. l’ideale di donna proposto da questo sistema di pensiero poteva essere sintetizzato nei precetti di: hyŏnmo-yangch’ŏ (賢母良妻) “buona moglie e madre virtuosa” e samjongji (三從之道) “le tre vie d’obbedienza” (ovvero l’obbedienza prima al padre, poi al marito e infine al primogenito maschio). L’era coloniale pose fine alla dinastia Yi, che governava Chosŏn, e costrinse il Paese eremita ad aprirsi all’estero. Grazie a questa apertura gli intellettuali coreani si resero conto che la loro nazione necessitava d’essere modernizzata. I più progressisti sostenevano che questo potesse avvenire solo istruendo il popolo, comprese le donne. Riportando le parole di uno dei personaggi creati dalla penna di Ch’ae Man-shik (1902 – 1950), per il racconto “Una vita Ready-made”, questa è l’epoca in cui nasce una nuova figura: la “studentessa donna”. Gli intellettuali coreani erano convinti che solo un popolo istruito potesse sviluppare quella coscienza critica tale da sfidare e ribellarsi a l’usurpatore giapponese. Ma una donna, istruendosi, non solo avrebbe acquisito i mezzi per prendere voce contro l’invasore, ella sarebbe diventata anche in grado di denunciare i torti subiti da un sistema che per secoli l’ha resa subordinata della sua controparte maschile.
Tra le prime voci che si alzano a denunciare la situazione femminile ricordiamo Kim Myŏngsun, anche nota come T’anshil (1896 – 1951), KimWonju, detta Iryŏp (1896 – 1971), e Na Hyesŏk, in arte Chŏngwol (1896 – 1948), che con le loro opere sfidarono il modello di “buona moglie e madre virtuosa” ma finirono con il subire una forte stigmatizzazione da parte della società dell’epoca, anche nei circoli letterari.
L’indipendenza dal Giappone aprì in Corea del Sud tre decenni di dittatura coloniale, da alcuni definita una forma di colonizzazione interna. A pagarne le conseguenze furono ancora una volta i più deboli, tra cui ovviamente annoveravano le donne. Le rivendicazioni di queste e dei loro diritti andarono a coincidere con quelle che erano le rivendicazioni del movimento operaio, dato che proprio le donne svolgevano la maggior parte del lavoro nell’industria leggera (arrivando a lavorare una media di 15 ore al giorno). In questi anni nacque anche Ttohanaŭimunhwa “Un’altra cultura”, organizzazione femminista di cui fanno attivamente parte le poetesse Ko Chŏnghŭi e Kim Hyesun. L’associazione, fondata nel 1984, è ancora attiva nella promozione della letteratura femminista, per dare voce alle donne. Nel corso degli anni ha incentivato la formazione di dipartimenti universitari in Women’s Studies, insieme alla ricerca nel campo della letteratura femminile.
L’oppressione sofferta dai coreani in questi anni si rispecchia nelle storie e nei versi degli scrittori dell’epoca. Particolarmente sofferenti risultano le voci femminili, che patiscono solo per i tempi bui in cui vivono, ma anche la loro condizione di donne in una società ancora fortemente patriarcale. Esemplificativi sono gli scritti di Moon Chung-hee e Kang Eun-gyo, dove risultano centrali le immagini di corpi oppressi.
È proprio delle liriche di Moon Chung-hee su cui voglio soffermarmi in questo articolo, in quanto una loro prima e preziosa traduzione in italiano dal titolo Il mare che cuce è stata pubblicata soltanto nel 2022, a opera di Vincenza D’Urso, docente di lingua e letteratura coreana presso Università Ca’ Foscari.
Quella che segue è una delle poesie della raccolta che ho trovato più penetranti.
spettro
la notte di me non resta che un corpo
mio suocero mi taglia via le mani
mia suocera mi cava via gli occhi
mia cognata mi priva delle parole
mio marito delle mie ali
e qualcun altro della mia testa
scappando
uno alla volta li riattacco e divento spettro
resta solo un corpo
puzzolente di sale di sesamo
muoio per tutta la notte
al mattino mi risollevo
divento spettro per un giorno
per colpa di non so chi
che mi ha sottratto la testa
perché mai le persone diventano più sincere la notte?
io distesa percorro chilometri
sulla mia testa deceduta metto una corona d’oro
su un’altra attacco le ali
su un’altra costruisco una casa col tetto di tegole
su un’altra rendo visibile persino la strada dalla quale arriva il principe
su un’altra ancora appendo un flauto
raccoglierò acqua e alleverò anche serpenti
in questo modo la mia testa procede per mille li
mille li di profondità senza neanche pungersi con le lische dei pesci
la notte rimane solo un corpo triste
solo un corpo rossastro e abbandonato
Qui la poetessa rende in maniera palpabile l’asfissiante situazione in cui si trovavano (e, ahimè, molte si trovano ancora) a vivere le donne coreane: schiacciate dalle convenzioni sociali e la pressione che ricevono dalla famiglia, è come se perdessero il controllo del loro corpo, un corpo che non è più loro ma in balia degli altri. Cosa resta, allora, della donna in questa società se non uno spettro?
Il senso di frammentazione che ho provato nel leggere questa poesia mi ha riportato alla mente i versi di un altro poeta coreano, uno dei maggiori esponenti della poesia della “resistenza” sotto il dominio coloniale giapponese: YunTongju.
Un’altra città natale
Nella notte in cui ho fatto ritorno dalla mia città natale,
le mie ossa mi hanno seguito e si sono stese sul letto.
La buia stanza comunica con l’universo,
dal cielo soffia il suono del vento.
Osservando le mie ossa
che brillano timidamente nel buio,
mi domando se le lacrime che scorrono sono le mie.
Sono le mie ossa che piangono?
È la meravigliosa anima che piange?
Il cane fedele
abbaia facendo la guardia tutta la notte fino all’alba.
Il cane che abbaia nel buio
mi sta correndo dietro.
Andiamo, andiamo
andiamo come fuggiaschi
di nascosto dalle mie ossa
Andiamo in un’altra bellissima città natale.
(Traduzione di Antonietta Bruno)
L’io narrante di entrambe queste poesie si ritrova solo con sé stesso nelle ore notturne. Nel saggio Shihon “L’animo poetico” (1925) Kim Sowŏl, altro grande poeta del primo Novecento, aveva sostenuto la componente crepuscolare della verità: l’essenza delle cose si rivela nelle ore notturne. L’anima è libera al calar delle tenebre, non spaventose ma accoglienti tenebre, e rifugge da quello che è un corpo martoriato a causa di una realtà insostenibile, che non permette la realizzazione del sé perché lo ingabbia e opprime.
Moon Chung-hee nacque nel 1947 in un villaggio del Chŏlla meridionale. Figlia di un grande proprietario terriero, la famiglia le permise di riceve la migliore istruzione. Il suo talento si evinse già negli anni del liceo. Nel1965 vinse un premio per la migliore poesia dell’istituto. Dopo poco pubblicò la sua prima raccolta poetica dal titolo “Respiro di fiori”. Alla Dongguk University incontrò il suo mentore, il poeta Sŏ Chŏngju. Nel 1973 pubblicò il suo primo libro di poesie “Raccolta di poesie di Moon Chung-hee”, che comprende 53 poesie e la prefazione del suo maestro. In questi versi è evidente che l’autrice fa suo il linguaggio femminista.
il mare che cuce
il mare se ne sta immobile
forse ero io a scorrere
un mare che per raccogliere semi neri
stende un panno al cospetto del sole
reso coraggioso da mille battaglie
e diecimila sconfitte
quel mare se ne sta immobile
forse ero io a scorrere
come una donna che nel cucire curva la schiena
e abbraccia le ferite che per quanto cucia non guariscono
attimo dopo attimo il tempo s’avvicina al tramonto
oh mio amore più piccolo della cruna d’un ago
in cui infilasti un filo d’argento
dove sarai finito?
il mare se ne sta immobile
forse ero io a scorrere
Dopo la laurea è diventata giornalista, insegnante e ha continuato a scrivere. Si sposa e mette al mondo due figli, nonostante ciò non ha mai rinuncia al lavoro, contro le aspettative della società dell’epoca che voleva che le donne si dedicassero a tempo pieno alla crescita dei figli, situazione non molto dissimile a quella attuale (si pensi a “Kim Ji Young, nata nel 1982” di ChoNam-joo).
dedicata agli uomini
gli uomini
quando nasce una figlia e diventano padri
si separano
per la prima volta dalla bestia che ringhiava in loro
guardando la parte inferiore del corpo della figlia
scoprono la via che porta il Dio
capiscono che il luogo da cui escono i bambini
è proprio quello che porta il Dio
dal pudore improvvisamente arrossiscono
danno bacetti alla figlia
e capiscono che a volte la loro barba può essere spinosa
gli uomini
quando nasce una figlia e diventano padri
per la prima volta si riconciliano
con la bestia che ringhiava in loro
e diventano bellissimi adulti
Dal 1982 al 1984 ha trascorso un periodo a New York. Qui è entra in contatto con una realtà culturale dove le donne hanno maggiore libertà. Tornata in patria, dopo otto anni di silenzio è tornata a pubblicare poesie, tra cui una dedicata all’attivista per l’indipendenza YunKwansun (“Le ali di Aunae”) e ha scritto anche spettacoli teatrali. Nel 2007, al compimento dei 60 anni, ha pubblicato il celebre “Io sono Moon”. La sua poesia a questo punto è entrata in una fase più matura e riflessiva, staccandosi dal conflitto di genere per affrontare tematiche quali l’età, la morte e il senso dell’esistenza.
dichiarazione di un fiore
userò il mio genere
nel modo a me più consono
non permetterò al mio Paese di gestirmi
o ai miei antenati di interferire
né in nessun caso permetterò scambi di denaro
a fini educativi o di propaganda
non sarò mai neanche bella né buona
né sarò competente
mi limiterò a possedere il mio corpo
al cospetto del cielo
nel paese della poesia
io sboccio
Moon Chung-hee ha trascorso un periodo a Venezia, nell’ambito di un programma di promozione culturale dell’Arts Council Korea, durante il quale ha scritto alcuni versi ispirata dal bellissimo paesaggio lagunare del capoluogo veneto. È qui che ha avuto modo di entrare a stretto contatto con la traduttrice delle sue poesie, cosa che ritengo renda questa traduzione ancora più preziosa.
Il gatto nero
una gondola è un gatto nero
una scarpa incerta che galleggia a Venezia
se sali in gondola
avverti il miagolio d’un gatto nero penetrarti nella pelle
è la scarpa del vagabondare che mi tolsi e abbandonai lì
quando per la prima volta venni a Venezia
non ha ancore
è cosa solita, galleggiante di canale in canale
è la mia volubilità, tuttora priva d’indirizzo





