Playlist 25 aprile: 80 anni in 10 canzoni
Il 25 aprile. Sì, è una festa. Ma non una festa da panettoni e prosecco. Non una festa da Instagram. È una festa che brucia. Brucia come un caffè bollente preso in fretta, perché sei in compagnia e non vuoi fare la figura di quello che si lamenta. È una festa che dovrebbe unire. E invece ogni anno si trasforma in un campo minato. Uno dice che è divisiva, un altro che è ideologica, un altro ancora che è superata. Ma il 25 aprile non passa. Resta. Come una cicatrice. Come una domanda aperta. Da che parte stai?
La democrazia è di tutti. Punto. La dittatura no. La dittatura è di uno solo. Uno che decide per tutti, che pensa per te, che ti spiega pure come devi respirare. E se non ci stai: zitto. O, peggio, sparisci.
Matteotti. Giugno 1924. Roma. Un deputato. Un uomo. Ucciso perché parlava, perché non ci stava. L’ultimo che si opponeva a viso aperto. Pensavano di toglierlo di mezzo, di farlo sparire. Ma certe cose, se provi a farle sparire, diventano fantasmi. E i fantasmi ritornano, sempre.
Poi vent’anni di museruola e manganello. Il punto più basso – se si può davvero stabilire un fondo in quell’abisso – furono le leggi razziali. L’orrore reso norma, la discriminazione fatta istituzione, la vergogna inscritta nei codici. Poi l’8 settembre l’Italia fu spaccata in due: i nazisti, i fascisti, i rastrellamenti, le Fosse Ardeatine, Sant’Anna, Marzabotto. Donne, uomini, bambini furono bruciati vivi, fucilati. decapitati. Non fu un incidente, non fu una parentesi: fu sistema.
E oggi? C’è ancora qualcuno che dice: “Sì, ma basta parlarne”. Ma cosa vuol dire basta? Basta ricordare? Basta imparare? Basta cercare di non rifarlo?
Il 25 aprile è il giorno in cui l’Italia è tornata a tutti dopo vent’anni in cui era di pochi o di uno solo. Si sono riaperte le finestre. È entrata aria dopo la puzza della paura.
Ogni anno, anche oggi che siamo stanchi, distratti, pieni di problemi e senza memoria, si riparte da lì, da quella finestra aperta. Anche se “antifascismo” è una parola che dà fastidio. Che sembra un insulto, invece è solo una presa di posizione. Come dire “ti amo” al primo appuntamento: imbarazzante, scomoda, ma necessaria. Umana, prima che politica.
E allora, forse, non servono comizi ma canzoni. Servono quelle canzoni che ti entrano nelle ossa senza chiedere il permesso, che ti sorprendono mentre lavi i piatti o stai in macchina al semaforo, e ti fanno venire un nodo alla gola senza spiegazioni razionali. Dieci canzoni, forse. Una playlist: non per celebrare né per agitare; solo per ascoltare, per stare zitti, per ricordare.
Perché la memoria, quella vera, non urla, sussurra. E chi sa ascoltare, si ferma un istante; ma un istante vero, non prefabbricato, non da vetrina: un istante che resta.
Buon 25 aprile a tutte e tutti.
Anche a chi lo evita. Anzi, soprattutto a loro.
Bella ciao – Modena City Ramblers
Hanno cantato Bella ciao Yves Montand e Claudio Villa, Goran Bregovic e Milva, Gino Paoli e anche Woody Allen, in versione jazz, all’Auditorium della Conciliazione. Hanno usato Bella ciao per disturbare, per provocare, per far polemica, per dire che no, non va bene.
Ma Bella ciao non è un’idea, non è una bandiera, non è un gadget: è un canto che si canta in piedi. E se lo canti bene, ti si stringe la gola anche se non hai fatto la Resistenza, anche se non sei mai stato in montagna, anche se non sai bene perché. Ti viene un nodo e la voglia di stare zitto e ascoltare.
È un canto che è diventato famoso come un brand, sì, ma se lo ascolti davvero, senza farci sopra il cinico, c’è ancora quella roba lì: la paura, la speranza, la voglia di vivere, la voglia di dire no. E allora capisci perché dà fastidio a certi: non si può addomesticare. Bella ciao non chiede permesso, è ancora viva.
Suona Rosamunda – Vinicio Capossela
La suonavano nei lager e lo scrive Primo Levi, mica uno qualunque. Lo scrive in una pagina che se la leggi bene, poi non dormi affatto o dormi male. E poi ti svegli e ti restano in testa la musica, la frase, l’immagine. Quella musica lì, Rosamunda, che di solito la senti alle sagre, con le fisarmoniche, la birra, la gente che balla, le risate. E invece lì no, è tutto rovesciato, è la colonna sonora del ritorno dal lavoro. Si fa per dire. Dal lager. E Capossela la rifà ma non per fare il malinconico ma per far sentire l’angoscia, l’assurdo, il gelo.
Rosamunda suonava mentre tornavano. Tornavano e non erano più persone, o non lo sembravano più: erano ossa, fame e buio. E quella musica lì che ti entra in testa e non se ne va. Diventa una tortura perché non consola, perché è allegra, ma finta. È una maschera, una beffa, un’eco di normalità in un mondo che non ha più niente di normale.
E allora Capossela prende Rosamunda e la storce, la spezza, la piega. La canta con la voce che sembra venire da un posto rotto che non si è mai rimesso a posto. E tu l’ascolti e senti che dentro ci passa un filo che collega quella musica da circo con la disperazione più nera. E ti fermi e pensi. Che forse anche ridere, certe volte, è una specie di atto eroico. Lo scrive Primo Levi, mica uno qualunque. La suonavano mentre i prigionieri tornavano a dormire, che non era dormire. Era aspettare il domani, sperando che non arrivasse. Capossela la canta come se ci stesse ancora dentro.
La festa della Liberazione – Appino
È una canzone triste, ma non depressa. È una canzone arrabbiata, ma non isterica. Una canzone che guarda la provincia – quella vera, quella dove tutto sembra fermo e tutto invece si muove dentro – e la racconta senza sconti. Dove i bambini sono già vecchi e i vecchi sono stanchi di esserlo, e dove anche Dio, se c’è, forse è distratto.
Appino canta la festa della liberazione, ma non la liberazione storica. Canta quella personale, quella che uno spera di raggiungere liberandosi da tutto: dai padri, dalle scuole, dalle sorelle influencer, dalla voglia di cascare sempre in piedi, dal bisogno di essere perdonati solo quando ci fa comodo.
È una canzone che ti fa sentire colpevole, ma non ti accusa. Ti chiede: che cazzo fai? Così, con questa voce lì, che non è cattiva, ma che ti conosce bene e che ti spinge a guardare le stelle, anche se hai paura.
Ecco: è una canzone che fa male ma fa anche compagnia, una specie di 25 aprile interiore dove magari non c’è nessuna bandiera ma c’è il desiderio di essere, per una volta, davvero liberi.
La Storia – Francesco De Gregori
Dice De Gregori che la storia siamo noi. Lo dice piano, ma sembra un grido. Lo dice come uno che ti conosce, che sa chi sei anche se tu fai finta di niente. Lo dice e sembra che ti guardi negli occhi, uno a uno. Nessuno si senta escluso, dice. Questa è una frase che ti prende alla gola, perché spesso, quando si parla di storia, pensiamo che riguardi gli altri, quelli importanti, quelli con il nome sui libri. Invece no. siamo noi.
La storia non si ferma davanti a un portone, entra, brucia, scompiglia tutto. È già entrata, solo che spesso non ce ne accorgiamo. Perché la storia non è quella nei libri ma è quella che succede quando litighi, quando ami, quando hai paura.
E poi c’è quel pezzo, che fa tremare: siamo noi che scriviamo le lettere. Che possiamo sbagliare, sì, ma anche fare la cosa giusta. Siamo noi che abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere.
E quando dice che la gente, anche se non ha mai letto un libro, sa cosa fare, viene la pelle d’oca. Perché è vero, perché certe cose le senti.
E allora viene in mente anche un’altra frase, che la cantano in tanti: siamo noi, Bella ciao, che partiamo. Che non vuol dire solo andarsene, ma vuol dire scegliere; vuol dire: io ci sto, anche adesso, anche qui.
Linea Gotica – CSI
Immaginate questo: un brano che si apre con una citazione di Fenoglio – sì, quel Fenoglio, Beppe, quello che nei “Ventitré giorni della città di Alba” parla di partigiani e di nebbia e di città prese e perse come se fossero scacchi, ma con i pezzi che sanguinano – e poi esplode (non nel senso pirotecnico ma in quello nervoso, cerebrale) in una sorta di flusso semi-militare-semi-mistico dove si incrociano il Comandante Diavolo, Giuseppe Dossetti (che era un monaco, ma prima ancora era un costituente, cioè uno che ci ha messo le mani nel marmo della democrazia italiana), e soprattutto questo concetto, questa entità, questa cosa che chiamano “Linea Gotica” e che non è solo un nome da manuale di storia delle medie ma è tipo una soglia. Cioè, una linea dietro cui si sta o non si sta. E il testo (che è più un montaggio – o un frattale – che un testo nel senso tradizionale) non lo dice mai in modo didascalico, non ti spiega niente, ti butta lì frasi come “non temere il proprio tempo è un problema di spazio” e tu pensi: cosa vuol dire? Ma poi lo capisci. O meglio, lo senti: è la vertigine di chi guarda il presente sapendo che c’è stato un prima pieno di scelte, e che ora – anche ora – bisogna essere attenti. Non attenti tipo cauti, ma attenti tipo svegli, consapevoli.
Quindi sì, è una canzone difficile, ma non perché è complicata. Perché ti chiama in causa e ti chiede da che parte stai. Lo chiede anche se sei sul divano, anche se sei nato quarant’anni dopo.
Generale – Francesco De Gregori
È una canzone di pace ma con dentro la guerra. Non la guerra che si combatte, ma quella che ti resta addosso. Ha il ritmo di un fiume che arriva alla foce, stanco, come uno che ha marciato tanto e adesso si siede e guarda casa sua da lontano. De Gregori dice che voleva proprio quello: la marcia che si scioglie, che diventa una melodia domestica. E infatti si sente, che questa canzone è un ritorno alla vita vera, alla normalità, a qualcosa che ti manca senza sapere il nome.
E poi c’è quella frase lì: «la notte è crucca e assassina». E io, ogni volta, penso a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema, a quelli che non sono tornati. E a chi torna, ma con dentro tutta quella roba lì. E allora la ascolto, Generale, e mi viene da stare zitto e pensare.
Pane e coraggio – Ivano Fossati
Questa non è una canzone contro la guerra, o forse sì, ma dipende da quale guerra. Perché ce n’è una che non si combatte con i fucili ma con le suole delle scarpe. È quella dei corpi che attraversano il mare, che salgono su barche troppo piene per cercare un sogno che poi si scopre era una pubblicità.
Fossati la canta piano ma sotto c’è rabbia. Non quella rabbia che urla, quella che mastica, che guarda un commissario che ferma una barca e pensa: “ma dove vuoi che torniamo? Non c’è più niente lì”. E poi c’è l’Italia che sembrava una donna troppo bella, che sembrava lì, solo da amare. E invece era un’illusione, una delusione col vestito della domenica.
“Pane e coraggio. Ci vogliono ancora.” Anche adesso, anche qui; per quelli che fuggono ma anche per quelli che restano. Perché pure restare è un esercizio, di fatica, di memoria, di giustizia.
E poi c’è quella frase lì, alla fine: “ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole da una terra che ci odia a un’altra che non ci vuole”. E lì ti fermi, perché c’è tutto.
Una canzone lenta ma che ti taglia dentro senza farti urlare. E poi ci sono canzoni lente perché il dolore ha bisogno di tempo e questa è la seconda. È una canzone per quelli che tengono duro senza medaglie.
Compagna Teresa – Il Teatro degli Orrori
Teresa corre come Irma Bandiera, detta Mimma. Una che non era una ragazzina, era una gappista, una comunista, una combattente. Era una che è stata presa dopo aver consegnato armi ai compagni, torturata, accecata, finita davanti a casa dei suoi. Ma non ha parlato, nemmeno una parola, nemmeno per salvarsi.
La canzone la chiama Teresa, ma dentro c’è Mimma e tutte le altre: le staffette, le resistenti. Ci sono quelle che correvano davvero, cadevano ma si rialzavano sempre, anche quando il sangue le bagnava sotto il vestito. La canzone è un grido, è una corsa che non si ferma; é una promessa. “Noi cambieremo il mondo, come volevi tu.”
E alla fine ti viene da dirlo pure tu, sottovoce, con le mani strette: Teresa non piangere.
Hanno crocefisso Giovanni – Marlene Kuntz
Hanno crocefisso Giovanni alla porta, come un cane bastardo, così, senza nemmeno voltarsi. E il bello è che non era mica un cane, era uno come noi, che magari rideva, che magari aveva una mamma che gli diceva di stare attento. Uno che magari aveva paura, ma l’ha fatto lo stesso.
La canzone è una poesia ma non di quelle da recitare a scuola. È una poesia che non consola, che non ti dice “andrà tutto bene”. Ti dice: “Guarda. Guarda cos’è successo. Guarda che faccia ha la guerra.” Ti dice: “La morte è vicina alla terra più del grano che marcisce.” E lo dice così, che sembra una bestemmia e invece è solo verità.
Giovanni è lì, crocifisso, verticale come un albero, un pagliaio, una casa. Solo che non è vivo è fermo. E non c’è niente da fare, si può solo ascoltare, ricordare e pensare che no, non era un cane bastardo ma era un partigiano. Era uno che ha detto no e gliel’hanno fatto pagare ma non l’hanno fatto sparire. Perché è ancora lì, in quella canzone, in quel silenzio dopo che finisce.
Montesole – PGR
Montesole è una canzone che non si canta, si ascolta e poi si tace. Perché dentro c’è la strage vera, quella di Marzabotto, di Monte Sole dove i nazifascisti, nel ’44, hanno ucciso tutto: uomini, donne, bambini e animali, sì, pure loro.
Lindo Ferretti canta la forza che nasce dalla comprensione. La vita che, quando è il suo tempo, sa morire; la pace che non è un mestiere, né un’ideologia; la libertà che va sempre riconquistata. Canta anche l’amore, ma dice che non lo canta perché l’amore si canta da sé e più lo si invoca, meno ce n’è.
È una canzone mistica ma anche concreta, come la terra piena di lapidi di Monte Sole, come chi ha pianto, ma è andato avanti, come chi sa che la libertà non è scontata, e bisogna difenderla, sempre, anche cantando, piano ma forte dentro.
Fabio D’Angelo



