Libri la ragazza da odiare

Published on Luglio 3rd, 2025 | by Una banda di cefali

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La ragazza da odiare: un thriller psicologico di Lee Kkoch-nim in cui nulla è come sembra

«Che cos’è allora la verità? Un esercito in movimento di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve, una somma di relazioni umane». Così scrive Friedrich Nietzsche nel saggio Su verità e menzogna fuori del senso morale (Filema, 1998, pp. 112), in cui la verità appare slegata da qualsiasi implicazione morale e riguarda la dimensione del linguaggio. La verità come “concetto” che si svela e si nasconde nei rapporti umani. “Aletheia” (ἀλήθεια) la definivano i Greci. Nel romanzo La ragazza da odiare, Lee Kkock-nim (La Nuova Frontiera, 2025, pp. 192, trad. it. Sara Bochicchio) affronta proprio l’ambivalenza del vero, la sua contingenza, la verità che si libera dal giogo morale e si approssima al conveniente. La ragazza da odiare, come scrive l’autrice, «è un racconto sulla verità e su ciò che si vuole credere essere vero».

La ragazza da odiare, di Lee Kkoch-nim tradotto da Sara Bochicchio, La Nuova Frontiera 2025, PP 192, € 16,00

Siamo in Corea del Sud. Park Seo-eun, una ragazza di diciassette anni, viene trovata morta dietro la scuola, in una zona occupata in passato da un inceneritore. Si pensa a un omicidio e i sospetti cadono sulla sua migliore amica Ji Ju-yeon. Perché Ji Ju-yeon ha ucciso Park Seo-eun? Iniziano le indagini e le vite delle due ragazze vengono sviscerate, insinuando dubbi sulla reale natura del loro rapporto.
Lee Kkoch-nim è una scrittrice sudcoreana, vincitrice dell’ottava edizione del premio Munhakdongne per la letteratura YA con Crossing in the World ti Come to you. Esordisce con The Heirs of Medusa, pubblicato nel New Spring Literary Contest del Seoul Shinmun Daily. Si occupa di problematiche adolescenziali ed è nota per il suo stile di scrittura diretto e asciutto. La ragazza da odiare presenta l’architettura narrativa del thriller psicologico, alternando prima e terza persona; il romanzo è strutturato in quaranta brevi capitoli, in cui il punto di vista cambia freneticamente conferendo ancora più suspense alla storia.

Nei capitoli che hanno per oggetto le interviste rilasciate alla TV da presunte persone informate sui fatti compaiono solo le risposte e le domande vengono lasciate all’intuito di chi legge. Un espediente che permette un maggiore coinvolgimento (si entra direttamente nel punto di vista della persona intervistata) e crea l’effetto cinematografico (le interviste hanno il taglio giornalistico e sono montate come sequenze di un film). I personaggi sono calati nel tessuto sociale del loro Paese e descritti da voci esterne. Per esempio, una compagna di scuola ci informa che Ju-yeon è «quel tipo di ragazza con cui tutti volevano fare amicizia. Bella, brava nello studio e di famiglia benestante […] Seo-eun quel tipo di ragazza che è noioso frequentare. Scarsa nello studio, con un viso insignificante e povera fino all’osso». Cosa accomuna due ragazze così diverse al punto tale da farle diventare migliori amiche?
Ju-yeon e Seo-eun si frequentano dalle medie, sono due adolescenti sole che trovano sostegno l’una nell’altra. Ju-yeon, nonostante la vita agitata, non è felice, perché spinta costantemente dai genitori a competere e primeggiare. Seo-eun è orfana di padre, costretta a lavorare per aiutare la madre e non può permettersi di frequentare l’hagwon (l’istituto privato che prepara all’università). Le due ragazze hanno caratteri opposti, dominante l’uno, sottomesso l’altro. Ju-yeon regala scarpe e vestiti griffati alla sua amica e le presta spesso soldi. Lo fa perché vuole aiutarla, ma anche per allontanare l’eventualità di perderla e soddisfare il proprio bisogno di un legame stabile. Il loro rapporto entra in crisi quando Seo-eun conosce un ragazzo al convenience store dove lavora e decide di fidanzarsi con lui.
A questo punto il racconto si snoda su due versanti paralleli: quello di Ju-yeon che respinge l’accusa di essere l’assassina dell’amica e quello di chi vede in lei l’unica colpevole. La storia si arricchisce, pagina dopo pagina, di particolari inquietanti che porteranno a un finale spiazzante.
La ragazza da odiare non è solo un thriller sapientemente scritto e tradotto (molto brava Sara Bochicchio a rendere il modo di parlare “minimalista” dei ragazzi e delle ragazze), è anche una velata critica alla società coreana, improntata al raggiungimento del successo, che rende gli adolescenti sempre più fragili. La continua pressione che li invade, a causa del perfezionismo che gli viene richiesto per accedere alle migliori università, li rende vulnerabili, con problemi di ansia, depressione e relazionali (il sito mondocoreano.it riporta un sondaggio condotto dal Korea Herald dal quale emerge che il 37,2% degli intervistati ha pensato, almeno una volta, di togliersi la vita a causa della pressione scolastica). Lee Kkoch-nim, con abile maestria, allarga la critica all’intera società contemporanea, in cui dominano voyeurismo e morbosità. Quando inizia il processo a Ji-yeon i social e le trasmissioni televisive si scatenano con incursioni nelle vite private delle protagoniste, aumentando il senso di frustrazione nei loro familiari e la sete di protagonismo di anonimi approfittatori. Come sostiene il vicepreside durante un’intervista «spetta alla polizia e al giudice trovare la verità. Perché dovrebbe farlo la televisione?». È ancora il vicepreside a fornire una riflessione lucida su ciò che accade quando i social e le televisioni, rinfocolando pregiudizi, fagocitano il dibattito pubblico, influenzando con processi mediatici quelli nelle aule dei tribunali: «Che sia intenzionale o meno non lo so, ma nel vostro programma avete confezionato la povera Seo-eun come l’angelica vittima e la benestante Ju-yeon come la demoniaca assassina».

Cosa alimenta un sospetto? È su questa domanda che Lee Kkoch-nim ricama la storia. Ju-yeon è colpevole, il pubblico se ne convince, forse anche il lettore, e alla fine pure lei. Potrebbe aver ucciso e rimosso. È bella e perfida, l’assassina perfetta. Ma le storie sono complesse, come le vite che raccontano, e così, all’improvviso, mentre l’animo è quietato, come un tuono nel mezzo di una notte silenziosa, arriva il colpo di scena, e ha la forma di un mattone. Tutto può essere rimesso in discussione, oppure no, perché la verità è stata già decisa. È quella che placa la sete di giustizia, o di vendetta, o che rasserena gli animi. La verità è nelle parole e le parole hanno il potere di tessere trame e, per questo, è importante scegliere con precisione cosa esprimere e cosa tacere, perché il vero è in ciò che si dice. Come afferma Kim, la cinica avvocata di Ju-yeon: «Non contano i fatti. Quello che conta è ciò in cui la gente crede».

Mariangela Compasso

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Amore, ironia e cefalità.



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