Stoker
(USA, Gran Bretagna 2013)

Regia: Park Chan-Wook
Genere: drammatico
Durata: 95 min
Lingua originale: inglese
Cast: Mia Wasikowska, Matthew Goode, Nicole Kidman, Dermot Mulroney, Jackie Weaver
Sceneggiatura: Wenworth Miller
Fotografia: Chung-hoon Chung
Montaggio: Nicolas De Toth
Distribuzione: 20th Century Fox
Uscita nelle sale: giovedì 20 giugno 2013
Il giorno del diciottesimo compleanno di India è segnato da un tragico evento: la morte del padre in un grave incidente. Parallelamente piomba nella sua casa il fratello del padre, di cui prima di allora India non ne conosceva neppure l’esistenza.
“Just as a flower does not choose its color, we are not responsible for what we have come to be. Only once you realize this you become free, and to become adult is to become free”.
India pronuncia queste parole nell’incipit/epilogo del film e del ciclo della storia. E subito dopo la telecamera ce la presenta: la segue, la spia e la mostra allo spettatore. India sta correndo nei campi, è appena diventata maggiorenne e sta per scartare un regalo. Ma poi arriva una notizia: il padre è morto e la sua vita cambia.
Per il suo compleanno suo padre le ha sempre regalato ogni anno un paio di scarpe più grandi. India le ha sempre conservate con cura nello scatolo e ha cambiato le scarpe vecchie solo non appena ricevute le nuove. Ma quest’anno è tutto diverso. Misteriosamente al funerale arriva in visita il fratello del padre, un certo zio Charlie, che nessuno conosceva prima d’ora, neanche sua madre. E l’arrivo di questo zio scombussola l’apparente quiete della famiglia.
“Who in the world are you?” chiede India allo zio Charlie e questa domanda tormenta non solo lei ma anche gli spettatori: quest’uomo realmente chi è? Cosa vuole? Che ha fatto? È una presenza inquietante con quel suo sorrisino malefico e quello sguardo malizioso. Sembra perfetto: è affascinante, sa cucinare divinamente, parla il francese, ha viaggiato in giro per il mondo. Ma qualcosa non quadra: ma cosa? Poi può comparire da un momento all’altro in ogni luogo e si trova sempre al posto giusto al momento giusto. Come fa? India cerca di allontanarlo, gli sfugge, ma lui la rincorre ed entrambi sembrano sentirsi a proprio agio in questo gioco di “provaaprendermisepuoi”. E l’ansia e la tensione aumentano, minuto dopo minuto.
Stoker è un film sulla famiglia e sulle bugie e gli oscuri segreti che si celano dietro l’apparenza ma è soprattutto un film che racconta il cammino di India e il suo viaggio alla ricerca della vera identità.
“Sometimes you need to do something bad to stop you from doing something worse.”
Nonostante il nome esotico Park Chan-Wook non ha bisogno di grandi presentazioni perché è sicuramente tra i registi coreani più famosi e amati all’estero. Stoker rappresenta il suo debutto nel cinema occidentale. E per un regista asiatico l’esordio nel cinema d’occidente è sempre una grande sfida: deve fronteggiare tutta una serie di differenze culturali, stilistiche e adattare la propria poetica a un contesto totalmente diverso. Non tutti ci riescono. Ma Park Chan-Wook non è uno qualsiasi. Come un serpente che fa la muta, ma quella che cambia è solo la pelle, così Park Chan-Wook gira un film in un ambiente diverso con attori che parlano una lingua differente, ma la sostanza resta la stessa. Sotto la pelle ci sono lui, la sua eleganza, la sua grazia, la sua finezza estetica, la sua cura per i particolari e tutto quello che ci ha fatto apprezzare negli anni il suo cinema. Stoker è un film cupo, ipnotico e che scorre fluido dall’inizio alla fine. È ricco di simboli e colpi di scena. Niente è scontato o banale e il regista non fa mai ricorso a luoghi comuni o stereotipi. L’occhio di Park Chan-Wook è attento a tutti i dettagli, a volte è più invadente, altre volte è discreto e resta in disparte. La fotografia è molto varia e non c’è la predominanza di un solo colore (come è sempre avvenuto nei precedenti film del regista) ma è assolutamente stupenda.
L’esordio non è soltanto per la regia, ma anche per la sceneggiatura, scritta da Wentworth Miller, il grande Michael Scofield della serie televisiva Prison’s break. E grande si è dimostrato non solo come attore ma anche come sceneggiatore, capace di costruire una storia che non fa una piega.
Una grande lode va anche agli attori, tutti più che perfetti nei loro ruoli. Mia Wasikowska è sublime con quel suo misto di ingenuità e malizia, Matthew Goode rende il personaggio ancora più inquietante e Nicole Kidman con il suo nuovo aspetto “plastificato e siliconato” dona grande freddezza al ruolo della mamma/bambolina di India.
“Last but not least” un’altra lode alla colonna sonora di Clint Mansell e alla sua scelta accurata dei brani che calzano a pennello in ogni situazione (stupendo il brano finale Becomes the color di Emily Wells).
Insomma Park Chan Wook con Stoker ha dimostrato di essere capace di girare un film in occidente senza doversi necessariamente piegare ai meccanismi di Hollywood e perdere la sua identità. È riuscito a plasmare la materia occidentale secondo le sue esigenze e il risultato è un film straordinario e per niente commerciale. Un Maestro è tale dovunque, non soltanto nel suo paese, e Park Chan Wook è riuscito benissimo a confermare questa teoria.
Carla De Felice
Summary:












