Mancarsi

Diego De Silva, Mancarsi, Einaudi, 2012, 10,00 €
mancare
[man-cà-re] v. (manco, manchi ecc.)
- • v.intr. (aus. essere in 1-5, avere in 6-8) [sogg-v-prep.arg]
- 1 Non essere presente in un luogo o disponibile per qlcu. SIN difettare,scarseggiare: in questa casa manca tutto!; mi mancano i soldi; in contesto noto, anche con l’arg. sottinteso: manca l’acqua; in frasi negative indica una presenza abbondante: il coraggio non mi manca || gli manca un venerdì, oppuregli manca qualche rotella, fam. si dice di persona bizzarra | ci mancava anche questa!; ci mancherebbe altro!; ci manca, ci mancherebbe solo che, esclamazioni di rammarico o disappunto per un contrattempo accaduto o per un evento che si vorrebbe non accadesse
- 2 Detto di persona, essere lontano da un luogo, o non presente a una situazione:m. da casa; m. all’appuntamento
- 3 Necessitare al raggiungimento di qlco. SIN restare: mancano dieci chilometri al traguardo; manca poco all’arrivo || c’è mancato poco che…, si dice in relazione a ciò che sembrava imminente
- 4 Venir meno a qlcu.: mi mancano le forze || m. all’affetto dei cari, o semplicemente m., morire || figg. sentirsi m., stare per svenire | sentirsi m. la terra sotto i piedi, trovarsi senza punti di riferimento, o senza difesa
- 5 Essere oggetto di rimpianto per qlcu.: mi manchi tanto!
- 6 Sbagliare a fare qlco., con l’arg. espresso da frase (introd. da a): ho mancato a trattarti male; in contesto noto, anche con l’arg. sottinteso: ho mancato: scusatemi!
- 7 Venir meno a un impegno: m. a una promessa; omettere, trascurare di fare qlco., in frase negativa e con l’arg. espresso da frase (introd. da di): non mancheremo di informarvi
- 8 Essere privi di qlco., non possederlo: m. di cortesia || m. di rispetto, di riguardo a qlcu., non trattarlo con rispetto | m. di parola, non mantenere una promessa
- • v.tr. [sogg-v-arg]
- 1 Fallire qlco., non colpirlo: m. il bersaglio, la palla
- 2 fam. Perdere qlco., non coglierlo: m. il momento opportuno
- • sec. XIII
Le persone mancano, si mancano o ci mancano. Anche l’amore lo fa, manca il tiro, manca a noi, spesso manca e basta. Forse non ci interroghiamo mai abbastanza su tutto quello che sottintendono le parole, anche quando ci ripetiamo che sono importanti. Diego De Silva, invece, ha studiato attentamente tutti i significati e le sfumature nascoste tra le sillabe del suo Man-car-si. L’avevamo lasciato a quel Vincenzo Malinconico così contrario alle emozioni e lo ritroviamo in queste 98 piccole pagine a raccontarci la più semplice storia del più complesso dei sentimenti. Per farlo si lascia aiutare da Irene e Nicola, seguendoli nelle loro vite separate, di quelle vite che si sfiorano senza accorgersene, di quelle vite che si mancano per l’appunto. Irene e Nicola si amano senza saperlo e la loro storia d’amore sarebbe di quelle perfette se solo accadesse.
Lei voleva essere felice, voleva che la persona che ama le dicesse «Ti amo perché ti gratti il polso in quel modo tutto tuo», perché l’amore si insinua nei dettagli, nelle minuzie o almeno dovrebbe. Poi un giorno, nella sala d’attesa del dentista, uno stupido questionario sulla vita di coppia in uno stupido giornale di quelli che ti rifilano sempre le attese mediche, alla domanda «Quante volte al giorno ridete insieme?» decide che il suo matrimonio è venuto a mancare e che il buonsenso se non è volgare, di sicuro è triste.
Anche lui voleva essere felice, aveva trovato una donna che amava in modo assoluto, si occupava di lei senza riserve e non gli importava di non avere altro da fare, gli bastava starle accanto. Poi lei è mancata, come molte cose in questa storia, e lui ha capito che per quanto avrebbe potuto mancargli, gli è mancata molto di più la vita che non si era mai permesso con lei e quella libertà che ora gli consentiva di soffrire senza dimenticarsi che si può non cedere tutto lo spazio a ciò che è altro da noi.
Entrambi frequentano lo stesso bistrot, tutti i giorni, soltanto che quando Nicola arriva e si siede sotto il poster di Buster Keaton, Irene è appena andata via lasciando sul bancone il suo bicchiere vuoto e un sorriso sulla faccia del cameriere. Ma i loro pensieri e i loro desideri si rincorrono e incontrano per tutto il libro e ci dicono che l’amore è un gioco fatto di vuoti e di pieni, di sì e no, di cose prese e, soprattutto, di cose mancate. Un gioco d’azzardo, come canta qualcuno, in cui se va bene o va male, ci giochiamo noi stessi.
“Il dolore e la felicità sono fatti soprattutto di cianfrusaglie, paccottiglia, ingombri da soffitta di cui non riusciamo a disfarci anche quando abbiamo smesso definitivamente di usarli ed escludiamo che ci possano tornare utili. Non siamo responsabili dei nostri sentimenti né del flusso che li causa o li alimenta e tutto sommato neanche delle nostre azioni, anche se poi dobbiamo risponderne (e farlo anche se nessuno ce lo chiede), com’è giusto che sia. Agiamo quasi sempre d’impulso e molto meno sulla base di un calcolo. Chi pianifica e si muove solo al termine di un’attenta valutazione dei pro e dei contro, chi realizza soltanto quello che progetta, di fatto si perde la parte più interessante, e lo sa. Anche nello scegliere responsabilmente c’è una quota d’irresponsabilità, la messa in conto di una perdita. Forse si agisce sempre a a costo di qualcosa.”
Mariangela Napolitano
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