Cefalee no image

Published on Ottobre 9th, 2011 | by Mariangela

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Anyone can play guitar

Facciamola breve, a me non piace l’Indie Rock. Facciamola chiara, a me non piace l’Indie Rock da quando ha smesso di essere un’etichetta (il termine è particolarmente adatto) per indicare la musica proveniente dall’esterno del circuito delle Major, ed è diventato un “genere musicale”, per assurdo il più monotono e piatto che ci sia, secondo soltanto al Reggae (non me ne vogliano i miei solari amici, ma 10 minuti di battute in levare sono troppe anche per un gambero claudicante).

Un po’ di history for dummies fatta da un dummy in persona: un tempo c’erano le etichette indipendenti che pescavano nel brodo primordiale di aspiranti musicisti quelli più interessanti, quelli più “nuovi”, e quelli che conoscevano più di due accordi. Si prendevano la briga di produrre i disperati e di metterli in vetrina, una vetrina piccola e appannata. Le Major col monocolo e col sigaro in bocca guardavano nella vetrina con fare sprezzante, e qualche volta dicevano: “oibò, questo tizio potrei spacciarlo ai ragazzini. Me lo incarti pure, grazie”. Il tizio veniva messo in una vetrina più grande e trasparente. Questa dialettica, nonostante tutto, garantiva in qualche modo la qualità di ciò che veniva immesso sul mercato. E anche un salubre tasso di innovazione.

Poi è arrivato Myspace, la vetrina fatta in casa. Qualcuno cantò motivetti simpatici stile baby dance al villaggio Valtour, col supporto armonico di tre o quattro power chord, li caricò sulla sua paginetta, qualcuno li trovò giustamente carini, li fece sentire a qualcun altro e nel giro di un anno tutti quanti suonavano così. Chitarra, basso, batteria, a volte un organetto sfiorato con due dita.

Qualcuno però cominciò ad accorgersi che tutti suonavano le stessa canzone. Magari era il momento di cambiarla. E invece qualcun altro ebbe l’idea di continuare a suonare la stessa canzone indossando degli occhialini trendy. Il pubblicò prima apprezzò, poi si accorse che erano cambiati solo gli occhialini. “Aiuto, adesso saremo davvero costretti a cambiare canzone”. “No, continuiamo a suonarla, continuiamo a indossare gli occhialini, e facciamo un balletto simpatico”. Youtube fece il resto. E poi? E poi sperai che il fenomeno fosse saturo e che il palloncino sarebbe scoppiato. E invece no. Perché nel frattempo era diventato un trend radical chic. “Geniale”, esclamano gli intellettuali, l’alibi perfetto per la pigrizia critica. E poi i nomi idioti dei gruppi indie si possono esibire sui profili Facebook come spilline ad un party di laurea dell’architetto Gianpòl, con tutte quelle deliziose sedie a forma di fallo parlante, oh sì, design trasgressivo. Basta solo chiudere un pochetto gli occhi su quello che nessuno ha ancora avuto il coraggio di dire: l’indie rock sta al rock come l’emo sta al dark, come un blog sta a un romanzo. L’Indie rock è fare il tema di italiano e consegnare la brutta copia sperando di prendere un buon voto.

Si consiglia l’ascolto della seguente canzone (sì, ci suono anche io, sono quello della tastiera con due dita)
Nappone & his magic friends – Indiemerd

 

Roberto

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    • #Repost @ssimonadirosa with @get_repost・・・"Eravamo tutte esaltate e terrorizzate: si stavano avvicinando i mondiali ISI, la gara più importante dell'anno. Non capivo perché fosse così importante. Una vittoria non qualificava per nessun'altra competizione. Nessuna di noi sarebbe andata alle Olimpiadi. Eravamo solo prigioniere nel ciclo continuo del pattinaggio agonistico di medio livello."La recensione su @unabandadicefali, qui basti dire che questo mattone di 400 pagine si legge super velocemente (forse anche troppo) e racconta una deliziosa storia di formazione. Un primo passo per conoscere il talento di Tillie Walden anche in Italia 💙
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