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Published on Aprile 26th, 2012 | by Una banda di cefali

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Il mondo deve sapere

Michela Murgia, Il mondo deve sapere, Isbn Edizioni, 2010, 10,00€

In altre parole in Kirby impari a prendere per il culo te stesso per poter meglio perculare il prossimo. Perché una persona poco convinta prima o poi si pente e smette. Uno convinto invece diventa presto – da vittima – complice (leggi: Hermann).

– Capacità organizzative e gestionali. Qui ci vorrebbe un libro, non un blog, per rendere pienamente l’idea di cosa intendano. Quando un’azienda ha un obiettivo commerciale e lo persegue con tecniche efficaci non casuali impiegando tutti i fattori produttivi al meglio, allora sta davvero organizzando e gestendo. Ma attenzione, questa capacità non basta a distinguere un’azienda onesta da una criminale. Il criterio per giudicare le capacità non può essere l’efficienza, l’obiettivo e basta. C’è anche il modo. E il modo in cui questa gente insegna a organizzare e a gestire è quello di non considerare in alcun modo il fattore umano, a meno che ovviamente non sia funzionale allo scopo. Per cui io n Kirby al massimo imparo che gli altri mi servono fintanto che mi permettono di raggiungere l’obiettivo nei tempi che mi sono prefissata. Se non è così, sono fattori produttivi non funzionali e possono essere estromessi dalla catena di produzione, possibilmente senza storie. Via l’uomo, via il problema.

James  Kirby, ora pro nobis.

[…]

Sorrido e fingo di assentire, ma dentro di me penso che il precariato in questa situazione è la sola cosa che mi dia speranza. L’idea di fare la telefonista alla Kirby in maniera stabile è una prospettiva da reparto psichiatrico. L’unico lato positivo di questa situazione è che – appunto – è instabile, transitoria. Mi daranno il premio Nobel per il precariato.

Per poi levarmelo dopo due mesi.

C’è qualcosa di imprevedibilmente divertente nel fatto che qualcuno veda in me la Giovanna d’Arco dei precari, la pasionaria delle vittime della flessibilità biagiana, la vendicatrice degli schiavi del Co.co.pro. Ho sempre saputo che qui in Kirby Co.co.pro. vuol dire Collaboro consapevolmente prono e la flessibilità indica solo la diversa inclinazione del pronarsi.

[…]

 La prostituzione è una cosa seria, che cavolo.

 

 

Da piccoli abbiamo tutti giocato al telefono senza fili: bisbigliavi all’orecchio del bambino accanto a te una parola e, finito il giro, te ne tornava indietro una completamente diversa da quella che avevi detto in partenza. Nemmeno vagamente omofona. Quasi sempre una parolaccia.

Ecco, se giocassimo al telefono senza fili prendendo come spunto un call center, le parole dette in partenza sarebbero esattamente quelle che alla fine ci ritornano indietro. Niente stravolgimenti, niente piroette fonetiche o semantiche. Sì, Roberto, avevi ragione a dire che il mondo del telemarketing è l’unica realtà, lavorativa e non, che come viene descritta, così è.

Ti sembrano cose incredibili? Ti viene da dire Ma va là, stai esagerando!… credetemi, no.

Arrivo al call center ogni mattina per il mio turno di quattro ore dalle 11.00 alle 15.00. Dal primo giorno ci hanno detto di arrivare sempre in anticipo di almeno 10 minuti per il coaching. Io arrivo 20 minuti prima, ché un caffè in più non guasta mai, e nemmeno un collettivo “cheppalleoggivogliazero” tra i miei colleghi, o la selezione delle “telefonate da non perdere” del giorno prima. La parola coaching all’inizio mi faceva ripensare alla coreografia di Tutta la vita davanti, ma le cose migliori del film qui mancano tutte, ci sono solo i classici cubicoli, le lavagne con frasi motivanti liberamente ispirate ai peggiori romanzi di Fabio Volo e la Ferilli in versione segretaria con tacchi alti, culo sodo e voce da oca. Il tempo di dirti quanto hai fatto schifo il giorno prima o quanto sei-stato-bravo-ma-sappi-che-comunque-non-basta-perché-crediamo-in-te-e-sappiamo-che-puoi-fare-molto-di-più-di-due-pezzi e “sono in cuffia” per la mia media di 100 telefonate quotidiane.

“Salve, buongiorno, sto cercando la sig.ra Miss Kappa Lorina. Buongiorno sig.ra Miss Kappa, io sono Mariangela e la chiamo dalla direzione commerciale di una ipotetica Kirby telefonica a suo piacere. La sto chiamando perché lei oggi è stata scelta, tra i nostri clienti più fedeli, per la promozione di un nuovo piano tariffario che le permetterà di risparmiare sulla sua bolletta. Mica disturbo?”.

E, mi raccomando, “sorridi, la signora lo percepisce”.

La prima cosa che ho pensato aprendo Il mondo deve sapere è che ero una pazza masochista a leggere quel libro nel tram che mi porta ad un call center ogni mattina. La seconda è stata, Beh che novità. La terza, che nessun libro avrebbe potuto parlare meglio di me, ora come ora. Che la Murgia lo avrebbe fatto in maniera perfetta, lo immaginavo già, dopo aver letto Accabadora e Ave Mary. Che potesse farlo in maniera così adorabilmente dissacrante, facendomi ridere di questo inquietante e diabolico microcosmo, è stata una piacevole sorpresa.

Lo definisce sarcasticamente, e nemmeno troppo, affascinante questo mondo/teatrino del telemarchètting. Sarà pur vero che non vendo aspirapolveri supersonici brevettati dalla NASA, o dalla NATO all’occorrenza, capaci di frantumare la barriera del suono e di scovare intere discendenze di acari che si tramandano i vostri divani da generazioni e generazioni, ma, insomma, dopo tre mesi posso dire che i Bill Gheiz, le Hermann, le Laverne e la serie infinita di TeleTopFucker li ho conosciuti tutti, più o meno somiglianti a quelli di cui ci racconta Camilla da Paperopoli nel suo blog.

No, non voglio stare qui a fare paralleli, o portare esempi, o ancor più aprire discorsi sul precariato che è peggio che aprire varchi spazio temporali o buchi neri con risucchio. E poi significherebbe che sono arrivata, tralasciando tutte le eventuali motivazioni personali, a spiegarmi perché una laurea umanistica oggi mi permette un mortificante call center e spesso niente altro (entrate anche voi in un’agenzia interinale qualsiasi per ascoltare con le vostre orecchie qual è il primo lavoro che vi propongono), e io sto ancora cercando di capirlo e di vincerlo. Davvero dovrei pensare al precariato come ad una terra promessa della mobilità lavorativa dove sta pur sicuro che non ti annoi, su non essere così monotona?

“Chi domanda comanda, questa è la prima regola del marketing”.

Chi ha coraggio, e scrive, e racconta quello che tutti cercano di nascondere dietro un dito, lui sì che comanda. Comanda la sua vita e le sue scelte, in qualche modo.

Io mi sono sentita un po’ meno sola a portarmi in giro la rabbia di Camilla/Murgia nascosta tra una riga e l’altra, e pazienza se alla fine la piccola Giovanna d’Arco della telefonia commerciale non riscatta l’intera Kirby, salvando le sue colleghe telefoniste da una fine indegna di assorbimento nel sistema per diventare tutte delle future Hermann che fanno dell’arroganza una tecnica di vendita.

“Alla fine è così: se ci resti ci diventi. Oppure finisci per odiarli”.

Anch’io mi sono risparmiata l’iter, Camilla.

 

M.

 

 

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Amore, ironia e cefalità.



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