La vita non è in ordine alfabetico
“Quindi ci ha spiegato che le lettere dell’alfabeto sono ventuno. Possono sembrare poche, ha detto, ma con queste lettere, d’ora in poi, dovrete fare tutto. Con ventuno lettere – ha detto prendendole tutte nelle mani e poi passandole sotto i nostri nasi – si può costruire e distruggere il mondo, nascere e morire, amare, soffrire, minacciare, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, domandare, vendicarsi, accarezzare.”
Immaginiamo di chiudere tutta una vita in grossi scatoloni da imballaggio. Gioie, rimorsi, contraddizioni, rivelazioni, tutto imballato come per un trasloco, un cambio di stagione dell’esistenza, o una resa. Immaginiamo, poi, di scrivere con un pennarello una lettera dell’alfabeto su ognuna delle scatole. Dividere la vita per segmenti, racconti, impressioni, frazioni di significato, seguendo l’ordine alfabetico indicato sulle scatole. Dare a ogni frammento una storia, a ogni storia un titolo, collocarlo nella scatola giusta.
Immaginiamo, dopo, che le vite da dividere negli scatoloni siano tante, ed ecco La vita non è in ordine alfabetico: un tentativo di restituire un nome ai dettagli quotidiani.
Il titolo non fa l’impresa, ne giustifica forse la sua impossibilità, ma in questo caso possiamo crederci, dato che è un aforisma preso in prestito da Antonio Tabucchi, scrittore puro di cui fidarsi, oltre che amico e mentore dell’autore Bajani.
No, la vita non è in ordine alfabetico. O meglio: è un ordine arbitrario, come tanti, sostituibile con qualunque altro ordine, e il risultato è sempre lo stesso.
Un piccolo catalogo delle esistenze umane dove un dettaglio diventa il rilievo, il cui unico ordine sensato – ma sarebbe meglio definirlo un dis-ordine – è l’attribuzione di significato. Il peso specifico di ogni esperienza umana è quello che, arbitrariamente, un individuo sceglie per sé, di volta in volta.
La vita non è in ordine alfabetico raccoglie 38 racconti brevi legati, più che dall’alfabeto, da questa attribuzione di senso, assolutamente soggettiva, mutevole, incerta quanto dagli esiti affascinanti. I punti di vista cambiano, scivolano attraverso cento occhi, per ogni due occhi una vita e tutte le altre che gli passano davanti. Il rituale di un uomo di fronte a una pasticceria, l’indiscreta confessione di un sogno, un braccialetto dei desideri che si spezza, il Libeccio che porta via la paura di un bambino: piccole esistenze trascurabili che l’autore ferma per un attimo con una delicata sospensione, quasi un segreto svelato alla fine. Non è lontana la “trascurabile felicità” di cui scrive, in pillole, Francesco Piccolo, pur senza quel suo zelante sarcasmo.
Tutto esiste secondo l’unico criterio possibile: il significato che quotidianamente scegliamo di conferire agli accadimenti, ai particolari, agli incontri. Come i pensieri stupidi che arrivano proprio nel momento sbagliato, l’inadeguata serenità di una figlia di mezzo, o il ritrovamento dell’innocenza nel calciare d’istinto un pallone.
Roberta Rega
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