Cefali live

Published on luglio 30th, 2018 | by Guest

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IL CONCERTO DI CALCUTTA A LATINA (contiene Tommaso Paradiso)

È opportuno partire da un presupposto che, presto, potrebbe portare il lettore a pensare queste due cose, distinte ma non dissimili, che vi partecipo subito:
1) Cosa ci sei andato a fare?
2) Cosa ne parli a fare?

Calcutta, cena di.

Potreste arrivare da soli al presupposto che possa portare il vostro subconscio a liberare tali irriverenti domande, ma vi aiuto io. Non sono affatto un fan del Calcuttone nazionale, anzi, se qualche tempo fa mi avessero preventivato una mia presenza in quel di Latina, quanto meno, avrei sorriso. E che gran bel sorriso.
Quando sei ospite a casa di qualcuno, e questo qualcuno deve cucinare qualcosa che sai già per certo non ti piacerà, hai due opzioni. La prima è comportarsi secondo il modello vitale: “sticazzi, lo mangio lo stesso, lo cucinano per me e mi lamento pure?”; la seconda opzione è quella di farsi divorare dal pregiudizio e inventare un impegno dell’ultimo minuto che ti impedisca di partecipare alla cena che avevano pensato di offrirti.
Oddio, ci sarebbe anche l‘opzione che arrivi, mangi, e ti lamenti del fatto che quella roba continua a farti schifo, ma in quel caso non solo sei maleducato, ma sei pure un po’ coglione.
Ecco, non si raggiungono le dimensioni corporee del sottoscritto se stai lì a rifiutare il cibo che ti viene donato. Latina, Stadio di; è una giornata neanche particolarmente caldissima di luglio e pare che la città sia perfettamente divisa in due tra chi ha realizzato la portata dell’evento, e chi proprio non si aspettava questa festa del paese reale. Poi ci torno al paese reale, però prima mi piace dire che fuori allo stadio ci stavano numero tre attività alle quali fare riferimento per rifocillarsi. Alle 23.30 avevano, tutte finito il pane. Tieni una panineria a Latina, affianco allo stadio, e finisci il pane l’unico giorno che fanno na cosa a Latina affianco allo stadio. È meraviglioso, è artistico, è una roba vera. Anche perché, dall’altro lato, la città funzionava in maniera clamorosa. Parcheggio gratis a qualche km dallo stadio. Navetta che faceva quel percorso avanti e indietro fino alle 6 del mattino, perché poi stava la notte bianca. Una notte bianca senza pane. A Breadless White Night.

La festa del paese reale

Quando non sei fan di qualcosa e vivi nel 2018, coloro i quali esistono con lo scopo di controllare le tue sensazioni e i tuoi movimenti, i social network, sanno che non sei fan di un qualcosa. Chiaramente, poiché i social network, e l’internet in generale, si curano di farti sentire a tuo agio, nessuno ha voglia di indispettirti facendoti sentire le canzoni di qualcuno che, secondo i loro calcoli, non ti piace manco un po’. È, più o meno, il principio dietro le filter bubble all’interno delle quali viviamo. È come se fossimo circondati da simili che ci fanno sentire meno soli. La verità, però, è un’altra. Ed è che si stana appena fuori la tua bolla. La verità è che ci sta un cofano di gente alla quale Calcutta fa davvero impazzire, ma non poco eh, intendiamoci. Ho visto ragazzine piangere, gridare di commozione, per una canzone che cita Dario Hubner. Lo giuro, non lo dico per scherzo. Probabilmente per voi è una roba normale, dico, io non ci potevo credere, mi sembrava di vivere sospeso in una realtà metafisica nella quale mi venivano resi noti i procedimenti emotivi standard del millennio nel quale viviamo. Mi rendo conto che potrebbe apparire un commento distaccato, snob, elitario con una punta di giudizio intrinseco. Giuro che è proprio così.
Scherzo.

La verità è che, sin dall’inizio, mi sono accorto che in questa realtà vi erano cose che facevano parte di me, prima ancora che io lo sapessi. Per fare un esempio stupido, prima del concerto del buon indigeno, tre spot fake di uno dei protagonisti indiscussi della mia serata. Pierluigi Pardo. In tutte le lingue che conosce, credo, ha girato un diverso spot per pubblicizzare l’Acqua Parda. Perfetta per recuperare la voce dopo le telecronache. Cioè, capite bene che a un italiano assolutamente nella norma, se gli parli di calcio durante un concerto si sente già a casa. Pardo. Hubner. La sciarpa del Latina sull’asta del microfono del nostro eroe, sciarpa che piazzerà al collo quando, sul finale gli capiterà di dover cantare Frosinone. Che io, da ignorante, mi chiedevo come fosse possibile che uno di Latina faceva una canzone che sembrava un inno del Frosinone. Sciarpe contro i gialloblu sventolate per l’occasione dal pubblico.
Parlavo di protagonisti della serata. Senza dubbio, un protagonista assoluto, seppur per pochissimi minuti, è stato Tommaso Paradiso. Le stesse ragazze che piangevano per Hubner discutevano se il fatto che sto marcantonio tenesse per la Lazio fosse un motivo per disprezzarlo, o comunque per non amarlo a pieno. Non ho mai sentito “MA CHE ME NE IMPORTA A ME?” più indomiti, come a significare un amore incondizionato. Nel paese reale il calcio è significativo, si sappia. Comunque, il duetto Paradiso-Calcutta mi ha catapultato per un attimo su una serie di considerazioni intrapersonali.

Io sto lì a vedere un qualcosa di cui tendenzialmente non me ne importa molto, posso decidere se abbracciare l’entusiasmo della gente e cavalcarlo oppure se continuare a guardare tutto con aria un po’ distante. Avrei puntato tipo tutto sulla seconda, ma devo dire che il buon Tommy Paradise tiene un carisma giocondo di quelli che ti fanno proprio dire “ma sticazzi, è bello così”. Ecco, questa roba è dedicata a quelli che si sentono distanti da questo mondo. Potete continuare tranquillamente a farne a meno, se parliamo di qualità, continuate pure a stare sintonizzati su altro. Però se uno si vuole divertire in mezzo a masse di gente che di norma non frequenta, ma che poi so brave persone eh, un tentativo potrebbe anche farlo. È #divertente.

Due cose per finire

Ogni tanto mi piace mettere in mezzo la locuzione “due cose”, anche se poi sono di più. Questa volta sono due, davvero, poi smetto.
La prima è un insindacabile odio per le organizzazioni che impongono di farti comprare i biglietti per riempire altri settori dello stadio, spacciando dei sold out per ciò che non è. Ora, per carità, c’era molta gente eh, ma vi posso assicurare che il prato era vuoto per almeno 2/3 della sua capienza e davanti si stava sufficientemente larghi. Tutto questo per imporre l’acquisto di biglietti di altri settori che altrimenti nessuno acquisterebbe. È eticamente sbagliato, è immorale, per l’artista che si trova a suonare nello stadio di casa sua davanti a un prato che avrebbe tranquillissimamente riempito; eppure, se guardava un po’ più in là lo trovava vuoto. Immorale per il fan che si trova costretto in zone che non gli aggradono e poi si trova tutto quello spazio dove doveva essere sold out, finendo per sentirsi preso abbondantemente per il culo.
La seconda è che, per l’ennesima volta, mi rendo conto che l’arrangiamento rock aiuta anche gli artisti che il rock, di norma, non lo suonano. Chitarre distortissime, batteria a volumi enormi. È stata una scelta molto intelligente, per tenere incollato un grandissimo mucchio di gente alla serata. Non me lo aspettavo, credevo fosse un pubblico fatto di persone che avevano, per lo più, ascoltato qual cosina sparsa qua e là. Invece, almeno quelli che stavano vicino a me, le sapevano tipo tutte. Pazzesco.
Mi serve una chiusura per il pezzo.
Pesto.

Andrea Femia

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