Cefali live

Published on giugno 2nd, 2018 | by Guest

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Arctic Monkeys experience part 2: La dolce vita

Se vi è capitato di vedere il video di Four Stars out of Five, avrete notato che all’inizio c’è una luce rossa lampeggiante accompagnata da un tremendamente ossessivo suono dell’allarme. Quel suono e quella luce, a illuminare la gigantesca scritta MONKEYS che domina il palco, danno inizio allo show della band di Alex Turner, ed esattamente come accade nel video, una volta terminato l’allarme, partono le note di 4*/5*. Avevo già visto in altre occasioni gli Arctic Monkeys dal vivo e non si può non notare che, diversamente dalle altre volte, sul palco sono addirittura in otto, anche se Cameron Avery, che aveva aperto il concerto con la sua band, parteciperà solo alle cinque canzoni del nuovo album che faranno parte della scaletta.

Artic Monkeys

foto di Stefania Betti

 

Il compito più difficile – quando vuoi scrivere di cose che ti sono piaciute in maniera così intensa da farti capire che il merito non è solo della musica in sé – è riuscire a spiegare ciò che ha reso possibile quel grado di piacere che, partendo dal cervello, si è propagato per ogni centimetro del corpo. E non essendo esattamente dotato di un corpo minuscolo, lascio a voi l’immaginazione di quanto sia stata enorme questa voluttà. Il giorno del concerto l’album compiva le sue due prime settimane di vita, e mi è riuscito veramente difficile comprendere come la scarica di adrenalina provata sin dalle prime note della prima canzone, coadiuvate da una potenza sonora molto più marcata che nell’album, sia stata l’apice del concerto stesso. E non perché il resto del concerto abbia demeritato, affatto. Parlo di apice del concerto perché l’esperienza dello show degli Arctic Monkeys si muove esclusivamente sulla vetta, dall’inizio alla fine. Non c’è un singolo calo di entusiasmo, quale che sia il pezzo suonato, quale che sia l’album dal quale la canzone è tirata fuori. Questo scenario è indiscutibilmente legato al più grande difetto della band, cioè a dire la risicatissima durata dei loro concerti, che ad occhio e croce non ha superato gli ottanta minuti. Che per sessanta euro non è esattamente ragionevole.

In ottanta minuti, però, la band non si perde in chiacchiere, se non in qualche citazione di Mina con la quale il pubblico si immerge in un’atmosfera un po’ retrò. Avrei voluto evitare note di colore particolarmente marcate, ma questa non posso non dirla. Dopo aver accennato “l’importante è finire”, due tipi indigeni situati vicini a me, vuoi per il sudore, vuoi per l’emozione di trovarseli a casa loro, hanno iniziato a urlare “FACCE VENDITTI”. Che poi, quando ho rivisto Alex Turner al piano, con gli occhialoni addosso, non ho potuto evitare di mandarli bonariamente a fare in culo per avermi impresso quell’immagine negli occhi. Fortunatamente è durata poco. In ogni caso, la band tira fuori venti canzoni che spara sulla folla a grappolo, non c’è un singolo momento di down, anche quando le canzoni sono molto lente.

Artic Monkeys

foto di Luca Imperatore

In realtà c’è una sola canzone molto lenta, che è Cornerstone, reinterpretata in una maniera tale da non stravolgerla affatto, ma da rallentare notevolmente il battito cardiaco. Il mattatore assoluto è Alex Turner. Sono sufficientemente certo del fatto che non ci sia stato un singolo uomo, etero, presente all’Auditorium romano, a non aver pensato all’eventualità di ragionare un attimo, seriamente, sulla solidità del proprio orientamento sessuale. Così come sono altrettanto certo del fatto che, se tra i presenti vi erano psicologi o psichiatri, gli stessi non possono che essere rimasti vittime di un’insana voglia di analizzare il paziente Turner. Questo perché, a tutti gli effetti, sembrava di avere davanti almeno sei o sette personalità differenti, cosa sulla quale il buon uomo gioca parecchio. Non v’è più traccia del rocker timido degli inizi, neanche lontanamente. Non vi è alcun dubbio che il dato teatrale delle sue movenze a corpo libero ha ricordato moltissimo quanto si è visto nel tour dell’album precedente, quello della consacrazione a mostri sacri. Allo stesso tempo, banale dirlo, ma il suo modo di suonare la chitarra migliora di minuto in minuto. Non parlo dell’eventuale assenza di errori, quanto della sua perfetta rappresentazione in suono di quanto vedi con gli occhi, non è esattamente una cosa molto frequente. Una chitarra arrogante, piena di sé, sicura del fatto che non c’è un singolo orecchio che non sia teso a studiarne l’armonia, pure nel delirio. Se potesse, quella chitarra muoverebbe il bacino e si sbatterebbe come il suo proprietario. E siccome non ci si fa mancare niente, come dicevo per l’affaire Venditti, questo è l’anno degli strumenti a tastiera per il giovanotto. Così come ha iniziato a scrivere canzoni con gli stessi, così ha iniziato a utilizzarli anche sul palco. Qualcuno ha fatto notare un paio di errori, mi viene in mente sull’esecuzione di American Sports. Io rimango un fervido sostenitore dell’idea che se vuoi un concerto senza errori, esistono altri generi musicali. Esiste la classica, dove l’errore rischia di compromettere la prestazione, esiste chi mette dischi, dove l’errore non mi viene in mente come concetto; esiste quello che volete. Un concerto rock senza errori, senza sbavature, senza la ripresa dallo sbaglio, è un concerto che non vale la pena di essere vissuto. O meglio, magari ne vale la pena, ma che due palle. Il resto della band, mi riferisco agli altri tre che da sempre compongono il nucleo, sono probabilmente, per due terzi, nella fase migliore della loro carriera per quanto riguarda la scelta di suoni e la tenuta sul palco. Dopo il concerto ho rafforzato l’idea che le linee di basso presenti nel nuovo album siano le più belle e le più sensuali della loro storia in sei atti. Ed è stato bellissimo sentire la chitarra di Jamie Cook, spesso tenuta bassissima come volumi nella realizzazione di TBH+C, assumere il ruolo di arma principale della band, nel momento in cui veniva azionata. La stessa cosa non credo si possa dire di Matt Helders che, alla batteria, risente un po’ dell’assenza dei pezzi che, soprattutto nei primi tre album, lo vedevano tanto importante, se non addirittura di più, se ci limitiamo alla presenza scenica, del leader della band. Anche l’aiuto di un percussionista rischia di togliergli luce, benché la scelta, a livello sonoro, crei un impatto clamoroso. Ma si sa, ed è anche giusto che sia così, le rock star non vivono di soli suoni. Quanto meno a certi livelli.

Artic Monkeys

foto di Luca Imperatore

 

Il difetto vero, se si vuole trovare, è una scaletta ancora troppo infarcita di pezzi tirati fuori da AM. Va detto, però, e magari si può leggere con un po’ di snobismo, che la grandissima parte del pubblico, non solo quello più giovane, pare apprezzare la cosa, e questo per la band qualcosa vorrà pur significare quando si tratta di stilare la scaletta da portare sul palco. Se davvero vi è capitato di avvertire una punta di snobismo, sappiate che non era soltanto una punta, mannaggia a voi.

In definitiva, se vi dovesse capitare di avere la possibilità di andarli a vedere, fatelo e ne rimarrete senza dubbio colpiti, quale che sia il vostro mood nei confronti delle scimmie. Tenete conto, però, che il mio parere è ampiamente condizionato da una passione di fondo per la band che, qualora fosse assente, mi farebbe comunque riflettere un po’ di più sulla durata complessiva del concerto.

È pur vero che un singolo amplesso che duri più di ottanta minuti rischia pure di accollarsi, con buona pace di Sting.
Non so, fate come vi pare, l’importante è che convinciate i vostri amici ad ascoltare meno AM e più gli altri album.

Adesso, se non vi dispiace, tornerei a preoccuparmi del fatto che tutto si sta gentrificando. Mentre mi abboffo di tacos.

Andrea Femia

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