Fumetti Special Exit

Published on settembre 13th, 2018 | by Elettra Bernardo

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Special Exits

Special Exit

Joyce Farmer, Special Exit, Eris Edizioni (2016).

Una certa poetica, con accenti di lirismo e malinconia, costituisce spesso le basi dei racconti più belli legati all’anzianità; pensiamo ad esempio a Arrugas di Paco Roca e a quella sua capacità di trattare una storia drammatica e delicata con una tenerezza di fondo disarmante, un umorismo fresco, una sensibilità empatica che non riesce a lasciare il lettore indifferente. Questo permette di approdare agli elementi “sgradevoli” della trama – quasi inevitabili parlando di questa fase della vita- come la malattia e la morte, con una sorta di ovattatura che attutisce la durezza del racconto.
Per quanto drammatici, insomma, sono racconti che non ci fanno allontanare dalla nostra zona di comfort e in cui, diciamo la verità, ci piace anche sguazzare per un sano, facile e catartico pianto.
Se quello che cercate è questo, potete fare a meno di continuare a leggere questa recensione: non lo troverete in questo fumetto. Special Exits di Joyce Farmer è una lettura non facile che genera repulsione, fastidio, insofferenza e da cui, onestamente, si è quasi felici di uscire ma, d’altra parte, è anche un racconto magnetico, capace di sfruttare una strada meno percorsa e una narrazione audace. Ambientata in California nei primi anni Novanta, la trama, molto semplice, mostra in piccoli episodi quotidiani gli ultimi anni di vita dei vecchi coniugi Drover – Lars e Rachel- di cui è testimone partecipe la figlia Laura che li accudisce premurosamente raccogliendone nel frattempo ricordi e testimonianze. Non è difficile stabilire una connessione tra questo personaggio e la stessa autrice e difatti Special Exits è un Graphic Memoir in cui l’autrice Joyce Farmer, californiana classe 1938, ha raccontato la sua esperienza di figlia con genitori anziani, con gusto quasi documentaristico, senza filtri e patetismi, fedele a quella carica disincantata e brutalmente reale legata al fumetto underground degli anni ’70 di cui è stata pioniera e esponente di spicco. Se il tratto di disegno è chiaramente legato al mondo di questa corrente artistica, anche il linguaggio e l’impostazione della storia (ricordiamo la scansione della storia in episodi come si era soliti fare nel lavoro delle riviste) ne sono chiaramente influenzati.
Special Exit
L’opera ha come parole d’ordine “realtà” e “esplorazione” e infatti mette in scena un tranche de vie puro in cui non c’è abbellimento o orpello a filtrare il percorso di decadenza fisica e mentale dei due anziani: tutto è raccontato minuziosamente e proprio da qui nasce il sentimento di repulsione che disarma durante la lettura. La Farmer ci mette di fronte agli aspetti odiosi della cosiddetta quarta età: la perdita dell’autosufficienza, l’incapacità a cucinare, lavare, lavarsi e in generale a mantenere una vita dignitosa, la perdita della lucidità, la lotta con la burocrazia, il rapporto con gli ospedali e le cliniche private; l’arrivare ad essere carne da macello, l’estenuante attaccamento alla vita, la voglia e la volontà di lasciarsi finalmente andare. Ma anche quando si innesta nel racconto questa sfera emozionale, il registro del fumetto non muta e non ci da la possibilità di lasciarci andare alla commozione. Solo i dialoghi, essenziali e diretti, sono pervasi da una leggera ironia che riesce a stemperare la gravosità di alcune situazioni e a farci prendere una boccata d’aria. Anche le iterazioni tra i personaggi sono impregnate di disincanto: i grandi amori, i grandi slanci restano confinati nella memoria del passato mentre il tempo presente è legato all’affetto e alla comprensione, talvolta alla sopportazione, al rimpianto e al rinfaccio.

Special Exit
Il soggetto del racconto è la vita quotidiana dei due coniugi e non c’è spazio per null’altro: né per prese di posizione politiche e morali (non c’è una reale critica alla sanità o un vero discorso di posizione sull’eutanasia) né per la Storia, quella della nazione (si fa cenno alle rivolte in corso a
South Los Angeles, dove la coppia vive), che scorre dietro le finestre dell’abitazione dei Drover senza mai travolgerli direttamente o che si mostra solo in forma di effetto e disagio materiale. L’interesse dell’autrice è quello di mettere su carta il suo personale e il suo ricordo, e nulla entra quindi in competizione con questa volontà, nemmeno la trasfigurazione dovuta all’affetto nei confronti della materia trattata. È questo che spiazza e disagia: un’oggettività “pornografica”, attenta e scrupolosa che stimola un certo voyeurismo di fondo nel lettore che, privato di essere soggetto attivo nella lettura, si deve lasciar andare alla semplice visione disturbante di una realtà in cui non c’è spazio per il romanticismo e che ha la capacità di mostrare nella sua brutalità ciò che ci aspetta, come figli e come uomini. Eppure, superata l’iniziale ostilità, si comprende di essere davanti ad un’opera genuina e onesta, non volta a scandalizzare ma piuttosto a definire come pure normalità tutto quello che ai nostri occhi appare come nauseante. E non c’è nulla di osceno in questo ma anzi è forse in questa caratteristica che si deve ricercare la tenerezza di cui si è parlato nell’introduzione e che sembra, a primo acchito, mancare.

Elettra Bernardo

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