Interviste il sesso degli alberi

Published on Novembre 26th, 2025 | by Roberta Rega

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Del sesso degli alberi e dell’autotradursi: intervista ad Alessio Arena

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Alessio Arena negli anni ci ha abituato al suo personale realismo magico, in grado di fondere tradizione e visionarietà, storia e invenzione, Napoli e il resto del mondo. Autore e cantautore, nel suo ultimo romanzo edito da Fandango, Il sesso degli alberi, Alessio usa le sue caratteristiche di narratore per incontrare altre storie e travalicare nuovi confini, in una prosa sempre attenta e contraddistinta da una grandissima cura per una lingua che è scrigno magico e potere. Il sesso degli alberi si presenta come romanzo di formazione e opera corale che mescola il mondo dell’opera barocca con la Napoli degli anni Ottanta, dove il protagonista, il giovane Matteo, cerca la sua voce più autentica, in tutti i sensi possibili, affiancato dall’amica Elisangela e dai femminielli del centro storico.

Bentornato su Una banda di Cefali, Alessio. L’ultima volta che ci siamo incontrati su queste pagine era il 2021, in occasione dell’uscita di Ninna nanna delle mosche, edito da Fandango. Che cosa è successo da allora?

Ho scritto un disco e un romanzo, come mi succede ogni tanto, cambiando vita un paio di volte ancora: ho vinto una borsa di dottorato all’Università dello Stato di New York (ma poi sono dovuto tornare indietro perché con quello che mi pagavano facevo quasi la fame) e ho scritto e interpretato le musiche di uno spettacolo in tedesco, vivendo in una cittadina del sud della Germania senza gente, ma con un bel teatro.

Nel tuo ultimo romanzo, Il sesso degli alberi, uscito per Fandango, si intrecciano tante tematiche: amicizia, identità di genere, ricerca del sé più profondo, violenza, famiglia, criminalità, redenzione, arte, transessualismo. Qual è secondo te la prospettiva portante?

Il “nostos”, il viaggio verso casa. Declinato, in questa storia, nei termini più intimi e complicati della scoperta e del recupero di sé, dell’autotradursi, del trovare una voce per dire cosa si ama e cosa ci spaventa di noi stessi.

La scrittrice Camila Sosa Villada ha dichiarato in un’intervista che la letteratura è sempre un atto di travestitismo, perché cerca di costruire qualcosa di nuovo con codici antichi. Ha ragione?

Certo, anche se io direi che questo atto di travestismo decostruisce piuttosto che costruire. Il più delle volte, la maschera è rivelazione e non silenzio, scopre e mette a nudo qualcosa che non si è più capaci di nascondere. In questo senso, il travestismo è antidoto dell’invisibilità, così come la letteratura fa parlare personaggi e vicende che potrebbero cadere nell’oblio o sfuggire alla percezione così tanto approssimativa e generalista di ciò che chiamiamo storia.

Dopo la storia di Gilda Mignonette e dell’amore tra Gregorio e Berto, anche stavolta la vicenda del tuo protagonista, Matteo, si svolge in un tempo passato, anche se relativamente vicino: c’è un episodio ambientato in maniera molto precisa durante il terremoto del 1980, che mi ha ricordato i racconti di famiglia su quei giorni di paura. Il passato è un rifugio o un modo per scomparire?

È un luogo vivo, perché restano vive le voci di chi ce l’ha raccontato. Questa è una cosa che, con un pizzico di provocazione, chiedo sempre alle lettrici e ai lettori che incontro: è più vera e viva nella vostra mente una cosa che avete vissuto o una che vi hanno raccontato? La mia fiducia sempre ingenua nel potere vivifico del raccontare mi spinge verso la seconda possibilità. Una cosa raccontata con dovizia di particolari, o con trasporto, o con cura della plasticità delle descrizioni o, infine, con un correlato di emotività trova un equilibrio più solido nei nostri ricordi. Ecco perché sono portato ad ambientare storie in epoche di cui non conservo esperienze personali, ma delle quali custodisco le storie che mi hanno raccontato.

Una qualità che ho trovato eccezionale nel tuo romanzo è la capacità e la varietà nello scrivere i personaggi: a volte li ho trovati anche rumorosi, eccessivi, ma mai caricaturali o posticci. Le zie di Matteo mi facevano pensare a Nunzia e Nuccia Fumo, Alansorrenti ai personaggi di Almodovar. Qual è il personaggio che senti più tuo?

Molti di questi personaggi sono calcati sul carattere e persino sull’aspetto di persone reali della mia famiglia. Per le descrizioni sono sempre tentato dalle iperboli e le metafore. So che questo può rendere più difficile a chi legge immaginare i personaggi in carne e ossa. Ma credo che le persone cambino così velocemente e, spesso, in modo impercettibile, che si perde solo tempo a tentare di descriverle analiticamente. Sono affezionato quasi a tutti i personaggi, ma forse dovrei segnalare qui Elisangela, amica salvatrice, summa del talento per l’amore e per il sonno che ho incontrato in quasi tutte le persone importanti della mia vita.

Il libro è dedicato al compositore del XVIII secolo Francesco Durante e a Porpora Marcasciano, scrittrice, attivista e militante per i diritti delle persone transessuali. L’incontro tra due mondi apparentemente agli antipodi che si fondono nel romanzo di formazione di Matteo. Perché questa scelta?

Porpora, amante come me del libro di Dominique Fernández sulla Napoli barocca che ho vagamente evocato, è autrice di emotive e divertenti cronache legate all’attivismo trans in Italia. È solo grazie a lei se sono riuscito minimamente a raccontare la vita del collettivo negli anni in cui si svolge la vicenda del romanzo. Francesco Durante, studente del Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo e maestro in quello di Sant’Onofrio, potrebbe essere stato uno dei compositori di scuola napoletana citati in questo libro. Ma la dedica del mio romanzo è diretta al suo più amato omonimo: l’italoamericanista, giornalista, critico letterario e scrittore Francesco Durante. ‘O prufessore. Se non fosse stato per lui, non avrei mai pubblicato più un libro dopo il blocco susseguitosi alla pubblicazione del mio primo romanzo. Ovvero quando vinsi un piccolo premio e me ne andai a vivere a Madrid, dove è iniziata la mia carriera di cantautore e millelavorista.

Sempre Camila Sosa Villada ha detto che una storia con al centro la comunità transessuale è sempre una storia fantastica perché la vita di una travestita è già di per sé un’anomalia rispetto all’ambiente che la circonda. È per questo che “l’aurora trans” ha un ruolo fondamentale nel tuo romanzo?

La scrittrice argentina puntualizza che i risvolti fantastici di una storia transessuale sono determinati da cause piuttosto pratiche: l’uso di droghe e psicofarmaci da parte delle persone del collettivo, come reazione e ricerca di rifugio da un mondo che non le include. Nella mia storia lascio sottintendere questo particolare, ma parlo soprattutto di erbe magiche, gli elementi che costituiscono una sorta di terapia ormonale psicomagica del collettivo. E magiche sono tutte le transessuali protagoniste, le madonne delle quali sono devote, le costellazioni antiche in cui intravedono un proprio riflesso.

Qualche tempo fa leggevo un intervento sul ruolo delle presentazioni letterarie nel nostro sistema editoriale, sul fatto che in qualche modo lo scrittore non sia più libero di limitarsi a scrivere ma debba cedere a una logica di presenzialismo a tutti i costi per far conoscere il proprio lavoro, fatto di presentazioni, festival, una sorta di sovraesposizione finalizzata all’intrattenimento dei lettori. Che cosa ne pensi di questo aspetto dell’essere scrittore?

È necessario solo perché nelle librerie la maggior parte degli scrittori non ci arriva. Servono solo per rendere visibile un libro che, contrariamente, sarebbe subito sepolto da nuove uscite e sfuggirebbe anche all’attenzione dei librai, costretti a esporre e promuovere i titoli che vengono imposti. Il discorso cambia quando parliamo di librerie indipendenti, che sono veri e propri presidi di resistenza culturale. Ma io vorrei rivendicare le biblioteche. E vorrei riportare lì gli scrittori, perché le biblioteche smettano di essere soltanto archivi e musei della lettura. Mi piacerebbe che gli scrittori vi entrassero a parlare di letteratura, dei libri degli altri, delle genealogie letterarie, di quello che i libri muovono intorno a essi.

Ti lascio con l’ultima domanda che serve a soddisfare una mia curiosità di lettrice: prima le mosche, poi le formiche… perché nei tuoi romanzi gli insetti sono portatori dell’elemento magico e dell’irrazionale?

Perché mi affascinano come tutte le cose che hanno una vita più o meno silenziosa. In Germania vivevo in una casa piena di ragni, per i quali scrivevo e cantavo dei sonetti, perché uno degli attori della compagnia in cui lavoravo mi aveva consigliato di non ucciderli, se non volevo attirare su di me le peggiori disgrazie. Mi piacciono gli animali della letteratura: i bestiari medievali, l’animalario di Buzzati, i mammiferi e i rettili docili e gentili della Ortese, le presenze impercettibili di tanta narrativa breve latinoamericana. Tanti anni fa partecipai al mio primo festival letterario, quando ancora non avevo pubblicato niente, se non un racconto su Linus e un altro su ‘Tina, la rivista di Matteo B. Bianchi. Ero a Cuneo e mi toccava leggere un testo davanti a un parterre di importanti editori italiani. Ero terrorizzato dal mio accento, dall’impossibilità di poter esprimermi nella mia lingua vera, dalla possibilità di suonare come un macchiettista napoletano, un altro. Lessi un racconto in cui le zanzare succhiavano i ricordi ai soldati che tentavano di occupare il Rione Sanità durante la guerra. Non mi ricordo quasi niente. Solo il ronzio.

Roberta Rega

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