Cefalonia

Published on Dicembre 27th, 2018 | by Una banda di cefali

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Migliori film e serie TV del 2018

Uè!
Oh!
Shhh!

Sì, diciamo proprio a te che vivi sereno perché hai trovato da mesi la risposta alla domanda “che cosa fai a Capodanno?” e per questo l’ultimo dell’anno saluti assolutamente incurante del pericolo le persone per strada con un “ciao, ci vediamo l’anno prossimo.” A te che poi tranquillo a casa svolgi in ordine cronologico le seguenti attività:

  • indossare le mutande rosse che portano bene; 
  • ascoltare attento il discorso del Presidente della Repubblica;
  • guardare L’anno che verrà su Rai1;
  • mangiare le lenticchie per far soldi;
  • buttare le cose vecchie e sparare i botti.

Bene amico/a, quest’anno abbiamo deciso di dedicare proprio a te la nostra classifica cefala Serie Tv e Film che come ogni anno nessuno ci ha chiesto, ma noi facciamo lo stesso perché, come le mutande rosse, è tradizione. Buon anno a tutti da Una Banda di Cefali! 

SERIE TV

Carla De Felice

L’Amica Geniale: l’unica cosa che non ho apprezzato sono stati i sottotitoli in italiano.

The Marvelous Mrs Maisel: La mia eroina del 2018!

Peaky Blinders (4 stagione): italian mafia vs fucking peaky blinders. Chi vincerà? Per non dire che Cillian Murphy, Tom Hardy e Adrien Brody insieme sono già un motivo sufficiente.

Bojack Horseman (quinta stagione): Ogni puntata ti scava dentro più di una seduta dall’analista.

via GIPHY

Fabio D’Angelo

Maniac: personalmente è la mia serie definitiva 2018. Parliamo di quel tipo di serie che durante la visione ti pone per lo stupore più volte davanti alla seguente domanda: ma veramente fa?

The haunting of Hill House: per quelli che superata la paura del maglione a scacchi a Natale, poi non si spaventano più di niente.

Narcos Messico: Escobar scansati proprio.

Manhunt: Unabomber: Cito testualmente Noemi Borghese: “per i protagonisti, per la storia, per il pilot, perché Kevin merita una seconda opportunità, perché Mindhunter è sopravvalutato”.

L’Amica Geniale: perché la serie TV tratta dai libri di Elena Ferrante è bella assai e RaiPlay funziona bene.

Elettra Bernardo

Bojack Horseman (quinta stagione): Se giocaste a Scarabeo con le citazioni di Bojack Horseman ne uscirebbe fuori una splendida autobiografia non autorizzata: la vostra.

L’Amica Geniale: Tecnicamente una delle migliori serie TV realizzate in Italia. Per toccare e comprendere il fenomeno Ferrante dal più oggettivo punto di vista che troverete in circolazione: il vostro.

Glow (seconda stagione): La seconda stagione non perde lo smalto né i glitter. Mix vincente non si cambia e illumina più che mai.

Andrea Femia

Atlanta: Presumibilmente il miglior prodotto per la TV che sia stato prodotto da un decennio a questa parte, se escludiamo i superkolossal in costume che fanno classifica a sé. Non è troppo impegnativo da un punto di vista del tempo che impiegherete per vederlo tutto. Nel caso non lo conosceste, ne vale davvero la pena.

Bojack Horseman: La perversione dietro il successo delle serie tv sta nel fatto che, qualunque cosa accada, qualunque cazzata scrivano, se ti sei affezionato a un personaggio potresti vedere qualunque cosa, perché semplicemente ti curi di come stia e cosa faccia. Con Bojack, per chi scrive è il contrario; c’è un meccanismo di costante disaffezione alle vicende dei singoli personaggi, ma rimango attratto dalla scrittura dello show che sembra andare sempre crescendo.

Vikings: Ci sono affezionato per motivi che esulano dalla mera capacità critica di analizzare un buon prodotto. Se amate gli intrighi sanguinolenti e le bellezze del Nord, siete nel posto giusto, quale che sia la vostra sponda. E poi c’è EDGE (Adam Copeland) che recita, dai, di cosa stiamo parlando?

Andrea Ravasio

Il miracolo: I due sovrani del nostro Paese, la Chiesa e lo Stato, si incontrano in questo italianissimo capolavoro scritto da Niccolò Ammaniti. Il motivo? Quanto di più profondamente popolare ci possa essere nell’immaginario collettivo nostrano: il miracolo di una statua della Madonna che piange sangue.

Il metodo Kominski: Michael Douglas non è certo il primo attore che, arrivato ad una certa età, decide di prendersi un po’ in giro. Lo fa in questa serie, assieme ad Alan Arkin e ad altri grandi nomi che vi lascerò il piacere di scoprire, alternando una buona dose d ironia pungente a momenti più seri, tutto intorno al tema dell’invecchiamento e della morte.

Norsemen: Scordatevi Vikings: qui gli uomini (e le donne) dell’estremo Nord sono brutali, grezzi e violenti… ma nel modo più grottesco, sgangherato e comico possibile, a volte al limite della melbrooksità. Li amerete o li odierete.

Legion: Cercavate un incrocio tra Inception, X-Men e Donnie Darko? Prima di tutto dovreste chiedervi perché; dopodiché, guardatevi Legion.

Una serie di sfortunati eventi: Non so nemmeno se vale pena di consigliarle, le assurde e frustranti vicende dei fratelli Baudelaire alle prese col malvagio Conte Olaf e con una schiera di adulti uno più idiota dell’altro… anzi, no, lasciate perdere, vi rovinereste la giornata. Look away, look away. There’s nothing but horror and inconvenience on the way.

Francesco Papadia

DaredevilSì ok, la notizia della sua cancellazione è freschissima. Fregatevene e guardatela tutta perché un Kingpin così non lo reciterà mai più nessuno.

Le terrificanti avventure di Sabrina: Rilettura dell’innocuo telefilm -perché così si chiamavano all’epoca- anni ’90. La rilettura è cupa e  intrigante, alcuni passaggi sono davvero inquietanti, una piacevolissima sorpresa.

Brooklyn Nine-Nine: Non ricordo se l’ho già consigliata in precedenza, non fa niente. Una serie in cui non c’è un personaggio fuori posto e soprattutto che non vi faccia piegare in due dal ridere.

Giancarlo Marino

The Walking dead: La si odi o la si ami, questa serie ha riportato in auge il topos dei morti viventi: in ogni caso l’ultimo (almeno per ora) episodio di Rick Grimes resta una pietra miliare nella storia dei telefilm.

Fear the Walking Dead: Spin-off per chi è stufo delle lungaggini da soap opera della serie madre, e soprattutto per chi è curioso di sapere che sapore ha la carne umana condita con il guacamole.

Legion: Altra serie tv che sdogana il tema dei supereroi (in questo caso mutanti) in maniera originale. Tra psichedelia e freudiani sdoppiamenti di personalità lascerà sorpresi gli spettatori abituali di Wolverine e compagni.

Marvel’s Luke Cage: Altra serie supereroistica con un protagonista “black”. Il Bud Spencer di Harlem ha poco del classico eroe in calzamaglia ma con i suoi modi bruschi e la sua pelata d’ordinanza saprà conquistarvi. Emblema di tutte le serie Marvel targate Netflix, falcidiate dalla Disney che sta chiudendo tutte le serie della “Casa delle Idee” in previsione di una prossima piattaforma streaming dell’impero del Topo(lino).

Giorgia Recchia

Maniac: Emma Stone, Jonah Hill e Sally Field ci accompagnano nei recessi più profondi della nostra mente che è quello che, più di ogni altra cosa, ci rende schiavi di noi stessi.

Cobra Kai: Non potete non guardare questa serie se siete cresciuti a pane e Karate Kid. La dimostrazione che anche i cattivi più cattivi hanno un cuore. Grande assente (ma mai dai nostri cuori) il maestro Miyagi.

Le terrificanti avventure di Sabrina: Reboot di “Sabrina, vita da strega”, serie tv cult degli anni 90. Il genere è drama teen ma senza tralasciare atmosfere cupe e super dark. Sulla falsariga di “Buffy L’ammazzavampiri” è altamente consigliata agli amanti del genere (tenendo conto, però, che Buffy è inarrivabile!).

Big Little lies: Un super cast di eccezione del calibro di Reese Witherspoon, Nicole Kidman e Alexsander Skarsgard per una trama ricca di tensione colpi di scena. Seconda stagione attesissima!

The haunting of Hill House: Atmosfere a dir poco inquietanti, trama cupissima e salti dalle sedie assicurati. Per chi non rinuncia neanche a Natale ad avere paurissima!

Luigi Ferrara

Killing Eve: Secondo me serie dell’anno. Una killer psicopatica e un’agente dei servizi segreti britannici sviluppano una “passione” smodata l’una per l’altra, mentre la prima cerca di scappare e l’altra cerca di arrestarla. Casting azzeccatissimo, scrittura ottima, i personaggi sono molto profondi.

Better Call Saul: La serie che segue le peripezie del nostro avvocato preferito sfodera ogni anno una stagione migliore delle precedenti. In quella del 2018 scopriamo tanti dettagli e ci avviciniamo sempre di più alla genesi del personaggio finale, e Bob Odenkirk dovrebbe vincere tutti gli Emmy di questo mondo.

Sharp Objects: Tratta da un libro spettacolare, Sharp Objects è per gli amanti delle serie crime impegnative (se vi era piaciuto True Detective insomma). Una spettacolare Amy Adams cerca notizie da pubblicare riguardo l’omicidio efferato di una ragazzina. Il problema è che deve tornare nella sua città di origine, e gli stati del Sud hanno sempre quel fascino tra il malinconico e il decadente, un po’ fermi nel passato come sono. Colpi di scena a ripetizione e tanto (ma tanto) psicodramma.

Patrick Melrose: Benedict Cumberbatch toglie i panni del fenomeno saccente e indossa quelli del viziato tossicodipendente. Anche lui deve ritornare a casa, per i funerali del padre deceduto da poco, e ci porta insieme a lui a passeggiare per il viale dei ricordi, raccontandoci la sua famiglia che definire disfunzionale è un grosso eufemismo. Riflessione garantita.

Barry: Avete presente Dexter? Ecco, adesso immaginate che [SPOILER ALERT] invece di fare il boscaiolo avesse deciso di fare l’attore di teatro. Quel genio di Bill Hader (che interpreta anche il protagonista) ha tirato fuori una piccola perla di narrazione e nonsense che vi terrà incollati al divano o alla poltrona. In più c’è anche Henry Winkler, insomma Fonzarelli!

The Good Place. Se non l’avete ancora vista fatevi un regalo e recuperate tutte le stagioni.

Martina Caschera

The Marvelous Mrs Maisel: Beh, se vi siete appassionati a Una mamma per amica, ritroverete nella serie gli stessi ritmi velocissimi e dinamiche di gruppo allegre e a incastro che tanto avete amato. Se non vi è mai interessato Una mamma per amica, sappiate che questa serie è tutt’altro. Siamo infatti negli anni Cinquanta (i vestiti! i colori! le pettinature), e la protagonista è – nientepopodimeno che- una (futura) stand up comedian. Se tutto questo vi sembra una strana accozzaglia vi chiedo semplicemente di chiudere il becco e fidarvi, una buona volta!

Il metodo Kominsky: Basta leggere l’elenco di attoroni coinvolti in questo progetto, per essere quanto meno incuriositi. La serie non è leggerissima, perché affronta temi molto importanti (morte, vecchiaia, depressione, malattia), ma lo fa con stile, grazie a personaggi in linea di massima credibili nonostante le bizzarrie, e ai dialoghi accattivanti.

Profumo: Il libro vi è piaciuto? L’avete letto? Consigliatissimo, detto tra noi, ma del libro qui troveremo solo certe atmosfere e un florilegio di psicopatologie. Trattandosi di una serie tedesca è tuttavia normale chiedersi: “ma cosa cazzo sta succedendo?” ogni dieci minuti. A parte questo (o proprio per questo) consiglio di dare una chance a questa serie.

Noemi Borghese

The Haunting of Hill House: Cupa al punto giusto, il primo horror di casa Netflix, un cast di tutto rispetto e una storia avvincente: impossibile non fare bingewatching. La regia navigata e il soggetto di Shirley Jackson fanno tutto il resto.

Il miracolo: Italiana, ogni tanto le italiane vanno viste e premiate. La storie è celebre per noi abitanti dello stivale, la costruzione regge bene e ci restituisce un gioiellino. La serie è esteticamente bella, appassiona, soddisfa il bisogno di misticismo e di neorealismo. il vero miracolo è che una serie italiana sia fatta veramente bene (a parte quelle in napoletano, ma i napoletani non fanno testo, so’ teatranti nel sangue).

L’Amica Geniale: Sono di parte, ho divorato i libri, empatizzato a mille con la storia, l’ambientazione e le vicende. Pare che la saga sia il prodotto letterario italiano più famoso del mondo. La regia di Costanzo omaggia e rende vive e reali le storie della Ferrante. Sul romanaccio costruito e fuori contesto della Rohrwacher – voce narrante – ci si passa tranquillamente su.

Selvaggia C. Serini

Derry Girls: Ma sì, vedetevi pure le sboronate da 24 episodi che gli Americani ci ripropongono ogni anno, cercando di raccontare l’adolescenza senza farcela mai. Io mi guardo Derry Girls, dove un gruppo di ragazzine cattoliche irlandesi degli anni ’90 è alle prese con la scoperta del mondo e di se stesse, in una bolla ancora solo sfiorata da bombe e stragi. Channel 4 non tradisce mai.

Baby: Ridete, ridete pure. Però almeno il tentativo va premiato. L’unico drammatico difetto della serie è nella mancanza di vero coraggio, perché alla fine gli episodi sono più incentrati sulle piccole storie di un gruppo di ragazzine vacue e infelici che sui criminali che si sono approfittati della situazione, virando così verso uno strano “effetto Moccia” di cui avremmo fatto volentieri a meno. Però, e ripeto PERO’, la colonna sonora è solidissima, le due attrici protagoniste sono credibili e tenere, e la Roma rappresentata è molto più realistica di quella che ci viene proposta da Suburra. Non la serie migliore dell’anno, ma si fa guardare senza annoiare. Troppo facile, sparare sul pianista.

 

 

FILM

Carla De Felice

Coco – Lee Unkrich e Adrian Molina: Piccolo consiglio: preparate scorte di fazzolettini di carta: lacrime a fiumi assicurate!

Sulla mia pelle – Alessio Cremonini: “Perché un giorno a ognuno di noi potrebbe capitare di essere Stefano Cucchi.”

Dogman – Matteo Garrone: Perché l’acqua cheta rovina i ponti.

 

Fabio D’Angelo

Dogman– Matteo Garrone: Trovatevi uno che vi guardi come Garrone guarda Villaggio Coppola.

Sulla mia pelle – Alessio Cremonini: Chi ha detto che il grande cinema d’inchiesta italiano è morto?

The Post – Steven Spielberg: “Il giornalista è il cane da guardia del potere” spiegato bene.

Call me by your name – Luca Guadagnino: Dai video di Paola&Chiara a La Notte degli Oscar è un attimo.

Essere Gigione – Valerio Vestoso: Essere Luigi Ciaravola, in arte Gigione, non è cosa da tutti. Provate voi a condensare in ogni selfie un concetto semplice: la vita è bella se mangiate, ballate e vi riproducete come conigli. E chi di noi ha gli strumenti teorici per affermare il contrario?

 

Andrea Femia

Ride – Valerio Mastandrea: L’elaborazione di un lutto dovuto. Il  brusco rapporto con la necessaria esasperazione di quelle sensazioni che necessitano tempo per essere raccolte. L’esordio di Mastandrea dietro la macchina da presa è qualcosa che dovete recuperare per forza.

Santiago, Italia – Nanni Moretti: Si può raccontare, nell’anno del Signore 2018, l’Italia come Paese modello di accoglienza? Certo che si può fare, basta parlare di oltre quarant’anni fa ed il gioco è fatto. Ho pianto come un cretino, ma questo è un problema mio. Documentario secco, esplicito, privo di magheggi da interpretare. Non è imparziale.

Roma – Alfonso Cuaron: Uno dei più bei ritratti della condizione femminile che mi sia capitato di vedere. E’ dura pensare di raccogliere le sfumature di un mondo così lontano come quello dell’altro genere, ma Alfonso Cuaron, con la pretesa di disegnare nient’altro che una storia, parla di qualcosa di molto più ampio e complesso. Con una grazia estetica da lasciare rincretiniti.

L’isola dei cani – Wes Anderson: Sembra una storia così surreale e distopica che ti rendi conto che potrebbe rappresentare perfettamente il periodo storico in cui viviamo. E infatti, dopo qualche mese dall’uscita, pare che qualcuno stia pensando a progetti simili a quello di cui si parla nel film anche nella civilissima Scandinavia. Girato in stop motion, l’occhio ringrazierà ogni istante dedicato alla visione. E questo, leggendo il nome del regista, dovrebbe sorprendervi il giusto

Andrea Ravasio

Bohemian Rhapsody – Brian Singer: Tutto ciò che avete letto sulle inesattezze di questo film… beh, è vero. Ma nonostante ciò il biopic sulla storia dei Queen è uno dei film più coinvolgenti dell’anno, con uno strepitoso Rami Malek che passerà alla storia nei panni di Freddie Mercury.

First Man – Damien Chazelle: Un film potente sui retroscena del primo allunaggio e del suo protagonista: Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla Luna.

La ballata di Buster Scruggs –Ethan e Joel Coen: I fratelli Coen prendono sei grandi classici fra i temi western e li raccontano da un angolazione ben poco mainstream.

Avengers: Infinity War –Anthony e Joe Russo: Sì, lo so cosa state pensando… ma va detto: la Marvel, nel tirare le fila della trama disseminata negli ultimi film, ha messo in piedi una storia molto solida e che per una volta risente meno dell’influenza Disney. Merita davvero tanto.

Francesco Papadia

A quiet place – John Krasinski: Un horror che saprà inchiodarvi alla sedia senza disgustarvi, un esempio di ottima scrittura. La coppia Krasinski/Blunt funziona a meraviglia.

The night comes for us – Timo Tjahjanto: Botte, botte, sangue e un altro po’ di botte. Io lo amo questo film, se volete scaricare la rabbia fa decisamente al caso vostro.

Black Panther – Ryan Coogler: L’universo cinematografico Marvel ogni tanto regala delle perle. Questa volta ci ha regalato una perla nera, Il black power non è mai stato così colorato.

Giancarlo Marino

Solo: A Star Wars Story – Ron Howard: ancora una volta gli spin-off si rivelano essere i migliori film della rinascita di Star Wars targata Disney. Contrabbandieri, inseguimenti rocamboleschi, ironia scanzonata e teneri Wookie, che però restano orfani del fascino di Harrison Ford.

Avengers: Infinity War – Anthony e Joe Russo: Finalmente il Marvel cinematic Universe abbandona i toni farseschi e disneyani, per ritrovare ciò che lo spettatore, come il lettore di fumetti, della “Casa delle Idee” cerca nei supereroi: un’epica moderna e sane scazzottate.

Animali fantastici – I crimini di Grindelwald David Yates: il ritorno di Newt Scamander potrà forse deludere i potteriani più ortodossi, ma il secondo capitolo del prequel della saga del maghetto trasporta il mondo di Hogwarts nell’età adulta con un ambiguo e oscuro Silente interpretato da Jude Law.

Mamma Mia! Ci risiamo – Ol Parker: Prequel/sequel del musical portato al cinema da Meryl Streep. La dipartita dell’asso pigliatutto degli Oscar però non si fa troppo sentire grazie a un cast ormai rodato, alle canzoni degli ABBA e al cameo, o per meglio dire l’apparizione di Cher. 

Venom – Ruben Fleischer: Nonostante le critiche hanno accompagnato la trasposizione del simbionte più temuto dei fumetti, il cinecomic con Tom Hardy, risulta divertente e scanzonato, anche se ben lontano dalle atmosfere dark fantasy del fumetto.

Giorgia Recchia

Il bene mio – Pippo Mezzapesa: Un superlativo Sergio Rubini in un film che parla di dolori sopiti e mai dimenticati e dell’andare avanti.

Dogman– Matteo Garrone: Dove finiscono le istituzioni e inizia la sopravvivenza ad ogni costo.

Sulla mia pelle – Alessio Cremonini: Perchè certe cose non debbano mai essere dimenticate.

 

Luigi Ferrara

A simple favor (Un piccolo favore) – Paul Feig: Tratto da una storia vera, un meraviglioso noir mascherato da buddy comedy al femminile. Anna Kendrick e Blake Lively (quanto possono essere belle?) fanno il resto.

Mission Impossible Fallout – Ethan Hunt: Ma che stai dicendo? Un film d’azione ignorante nei top 5 dell’anno? Ebbene sì, l’ultimo capitolo della saga di Ethan Hunt ti costringe a non staccare gli occhi dallo schermo, con un ritmo forsennato e (ovviamente) acrobazie ai limiti dell’ “impossible”.

Ant Man and the Wasp – Peyton Reed: I film della Marvel sono tutti belli, ma io ho una predilezione per quelli più leggeri, in cui i supereroi non si prendono troppo sul serio. E chi meglio di Paul Rudd? Attenzione anche perché il suo personaggio potrebbe essere fondamentale per chiudere questa fase del Marvel Cinematic Universe tra qualche mese, in Avengers: Endgame. A proposito, quando arriva aprile?

Deadpool 2 – David Leitch: il meta-humor di Deadpool non è mai abbastanza, ma questo è un film che prima di tutto parla della famiglia, di sentimenti e di adolescenti problematici, lo dice anche lui all’inizio. Certo, crediamoci!

You were never really here – Lynne Ramsey: non è il solito film sull’assassino che cerca vendetta, anche se all’inizio può sembrare. Joaquin Phoenix ci regala forse una delle sue migliori interpretazioni di sempre. Non vi anticipo altro, ma godetevelo perché merita tantissimo.

Martina Caschera

Roma – Alfonso Cuaròn: Questo film è la sua regia e la sua fotografia. Un bianco e nero intensissimo abbraccia uomo e natura, che incornicia il lavoro di sguardi e dosa parole ed emozioni in maniera impeccabile.

Call me by your name – Luca Guadagnino: Il film dell’anno, senza se e senza ma!

BlacKkKlansman – Spike Lee: Eh, non è semplice. Il film è molto leggero, colorato, divertente in apparenza. Un poliziotto nero si infiltra nel KKK! Che spasso! Tuttavia, basta davvero poco a capire che questa storia vera, raccontata con maestria e ritmo, pur ambientata negli anni Settanta potrebbe svolgersi adesso, perfino a casa nostra.

Noemi Borghese

The Post – Steven Spielberg: È una storia vera, troviamo Meryl Streep e Tom Hanks nei panni dei protagonisti. La storia è l’ascesa del Washington Post, impossibile non riconoscersi nel clima politico di quel periodo degli Stati Uniti. Quando Hollywood caccia le unghie contro i poteri forti, produce miracoli.

Infinity War – Anthony e Joe Russo: Consigliato anche ai non amanti del genere. Almeno una volta all’anno bisognerebbe andare al cinema e guardare un film Marvel. Più che Deadpool 2 (fantastico, ancora meglio del primo) e Venom (carino, si poteva fare meglio, Tom Hardy dedicati ai selfie e abbandona la recitazione) Infinity War è maestoso, spettacolare e divertente, ed è uno degli ultimi film Marvel uscito con Stan Lee ancora in vita. Si piange pure. Più di così?!

Call me by your nameLuca Guadagnino: Una storia d’amore urlata, più universale di quanto pensiamo. I tempi degli sguardi, degli incontri e del dolore sono una coltellata in un fianco. Non guardatelo se siete in una relazione traballante. La colonna sonora fa tutto il resto e mette radici nell’ippocampo.

 

Selvaggia C. Serini

A Quiet Place John Krasinski: Un horror che non è esattamente un horror, con una premessa semplice e uno svolgimento che si regge tutto sul senso di angoscia che attanaglia lo spettatore dal primo minuto. Non riuscirete ad urlare.

Super Dark Times – Kevin Phillips: Una lenta discesa nella colpa. Un’azione improvvisa, irrazionale, compiuta da un gruppo di ragazzi li porterà davvero negli angoli più bui delle proprie anime. Regia e luci meravigliose.

Sulla Mia Pelle – Alessio Cremonini: Stefano Cucchi è morto. Lo hanno lasciato a morire dopo averlo pestato. Questo lo sappiamo tutti. Abbiamo visto le foto. Stefano Cucchi è nell’immaginario collettivo già cadavere. Il film di Cremonini ce lo restituisce vivo. Fragile, pieno di contraddizioni, di errori, un ragazzo che sbaglia e ha sbagliato, ed era vivo anche in quello, come noi. Questo è un moderno Calvario, e il corpo di Cucchi, senza vita sulla brandina, senza il conforto della madre e del padre, è la morte di Cristo, o meglio, di un cristo, un povero cristo come tanti, di cui ora finalmente si comincia a raccontare la storia, senza santificarlo, ma ricordandoci che uno Stato che abbandona i propri figli è uno Stato che ha fallito.

Le nostre anime di notte – Ritesh Batra: Due anziani vicini di casa (ma non proprio due cessi: Robert Redford e Jane Fonda) si avvicinano per attraversare la notte e il silenzio della solitudine. Un film delicato, intimista, sull’amore e sulla vita, quella che non smette mai di agitarsi dentro di noi. Tratto dall’altrettanto toccante libro omonimo di Kent Haruf, Le nostre anime di notte mette a nudo la fragilità delle persone senza inutili giri di parole.

To All The Boys I’ve Loved Before – Susan Johnson: Sono DECENNI che, ciclicamente, qualcuno prova a eguagliare il tocco di John Hughes nel raccontare l’adolescenza. Ci siamo andati vicini con 10 cose che odio di te (una resa in chiave teen de La Bisbetica Domata, anno 1999), sempre lì in area di rigore con Mean Girls (sceneggiato da Tina Fey, 2004), un po’ scorretto per l’eccessivo citazionismo, ma d’effetto, Easy A (con una Emma Stone pre-Oscar, 2010), ma MAI, MAI, MAI, qualcuno era riuscito lì dove è riuscito To All The Boys I’ve Loved Before. Lara Jean è una sfigata alle prese con i primi batticuori – e fin qui, tutto bene – ma la sceneggiatura rapida, il casting azzeccatissimo (là dove l’orrido The Kissing Booth ci aveva messi di fronte a una specie di fan fiction da adolescenti insopportabili), hanno fatto il loro dovere.
Forse non sarà all’altezza di Un Compleanno da Ricordare, ma di certo ha alzato l’asticella per i patiti di teen romance.

 

Articolo a cura di Carla De Felice Fabio D’Angelo

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Amore, ironia e cefalità.



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